L’educazione sessista nei libri di testo delle elementari

1 Dicembre 2014

E’ un lavoro che parte da lontano, quello compiuto da Irene Biemmi nel suo volume Educazione sessista. L’autrice recupera in prima istanza le ricerche di Alma Sabatini e da qui parte per mettere a sistema il suo impianto teorico.

Come afferma Sabatini

per ciò che riguarda il linguaggio la discriminazione sessista è duplice poiché si manifesta sia nell’uso della lingua che nel sistema interno alla lingua. Il problema della “donna nella lingua” può essere analizzato nel duplice aspetto di “come si parla della donna” e “di cosa il sistema linguistico mette a disposizione per riferirsi alle donne”.

Proprio partendo da questa duplice forma discriminatoria Biemmi mette a punto un’indagine – quantitativa e qualitativa – che coinvolge i libri di testo adottati nelle scuole elementari d’Italia. I libri adottati nelle scuole primarie possono costituire un terreno fertile alla costruzione di stereotipi di genere: come vengono rappresentati bambini e bambine? come vengono rappresentate le famiglie di cui fanno parte? che ruolo hanno le donne? e gli uomini? quali sono i* protagonist* delle storie raccontate? cosa fanno?

Rispondere a questi interrogativi permette di verificare l’esistenza della duplice discriminazione sessista di cui parlava già Sabatini nelle sue ricerche. Quello che emerge è infatti l’esistenza di questo impianto sessista nel duplice registro indicato dall’autrice.

Le famiglie rappresentate nei libri di testo risultano essere anacronistiche: le donne sono dipinte come mamme, se lavorano fuori casa (poche) fanno “lavori femminili”: insegnano, si occupano degli anziani o dei bambini. I papà invece sono rappresentati come uomini indaffarati, sempre presi dal lavoro e con poco tempo per la famiglia. Spesso adottano comportamenti  educativi riprovevoli (picchiano le proprie figlie se trasgrediscono alle loro richieste).

I protagonisti delle storie sono nella maggioranza dei casi, bambini. Le bambine compaiono solo se la storia in uno spazio interno, domestico (gruppi di bambine che si riuniscono per prendere il thé come le mamme, bambine  che amano leggere o fare le pulizie…). Se la trama prevede un minimo di azione o se la storia si svolge al di fuori delle mura di casa è quasi scontato che il protagonista sia un bambino.

Quello che la ricerca di Biemmi vuole mettere in luce è il fatto che i libri di testo, le storie che bambine e bambini leggono nel percorso scolastico, favoriscono lo sviluppo di stereotipi sessisti, limitando l’immaginario possibile e le potenzialità per le bambine. Richiamando Sabatini “il linguaggio mette a disposizione pochi elementi per riferirsi alle donne”. Libri di questo tipo contribuiranno a mantenere una visione stereotipata dei ruoli, dei compiti e delle possibilità, limitando quelle femminili. Il linguaggio dei libri, anche se anacronistico, è pervasivo e per spiegare ciò basta portare un esempio: se si entra in una qualsiasi classe (nella mia esperienza professionale erano le secondarie di primo grado, ma le cose non cambiano in una primaria) e si chiede ai ragazzi di definire ruoli e professioni maschili o femminili verranno riproposte per filo e per segno le nette distinzioni ritrovate nei libri (le donne cucinano, gli uomini lavorano e hanno spesso posizioni di prestigio, le donne stanno a casa etc..). Quando invece si prova a chiedere agli stessi ragazzi di descrivere la propria famiglia le cose cambiano radicalmente: quasi tutti hanno mamme che lavorano fuori di casa (svolgendo incarichi anche prestigiosi), dai loro racconti emerge  che anche i papà contribuiscono all’andamento familiare. Il motivo del divario tra le risposte fornite alla prima o alla seconda domanda è semplice: gli stereotipi plasmano l’immaginario per cui quando si chiede ai ragazzi di rispondere ad una domanda in modo generale (senza riferirsi a casi specifici) riproporranno i modelli acquisiti attraverso le letture, i libri di testo, i riferimenti scolastici.

Compito del volume è perciò quello di portare attenzione sul problema del linguaggio e trovare nuove soluzioni

non si tratta dunque di imporre cambiamenti linguistici ma di dare la giusta visibilità e rispondenza linguistica al nuovo status sociale delle donne (p.31)

Una soluzione è quella di fare pressione alle case editrici affinché cambino il modo di descrivere tutto ciò che attinge al femminile all’interno dei propri testi scolastici, l’altra – conseguente alla prima – è di offrire a bambini e bambine modelli positivi verso i quali orientare le proprie vite.

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