Tra Dsa e Bes: la figura del Facilitatore degli apprendimenti

4 Luglio 2015

Chi mi segue in modo costante, magari approfittando dei tanti aggiornamenti che pubblico sulla mia pagina Facebook (a proposito..chi ancora non lo sa può trovarmi qui! ) saprà che in questi ultimi mesi – oltre a portare avanti gli studi in Counselling in Analisi Transazionale – mi sto dedicando ad approfondire alcune tematiche relative ai Dsa e alle nuove frontiere della didattica inclusiva. Sto partecipando ad un corso formativo promosso dalla Provincia di Prato e da alcune agenzie formative del territorio volto all’individuazione delle competenze necessarie per abilitare la figura del  facilitatore degli apprendimenti. Con questa espressione un po’ macchinosa si vuole ricordare una delle principali finalità della didattica che è quella di avvicinare gli studenti alla scuola favorendo i loro processi di apprendimento, più che quella di sollevare barriere e allontanarli progressivamente dal mondo scolastico. Non è un caso che questo corso sia promosso proprio dalla Provincia di Prato: qui, infatti, la percentuale degli alunni stranieri iscritti a scuola – elementari, medie, superiori – oscilla tra il 16% e il 25%.

Pochi giorni fa Il Ricciocorno Schiattoso mi ha inviato un link, proprio a proposito di Scuola e Dsa.

Con l’articolo si vuole rispondere ad una docente “sbigottita dalla tendenza del nostro sistema educativo ad attribuire ogni difficoltà degli alunni a ipotetici disturbi mentali.”

La docente che scrive al direttore parte da alcune considerazioni legittime:

Oltre 90 mila alunni con DSA tra gli anni scolastici 2010/2011 e 2011/2012 , 24.811 certificazioni in più (+37 per cento). L’incremento più significativo alle superiori, il numero più alto di studenti alle medie». (…) Nel 2013 all’ ASL 5 (Pisa, n.d.a.) sono arrivate 530 richieste di valutazione per DSA che hanno confermato 343 diagnosi. In pratica, si è registrata una richiesta di diagnosi ogni circa 641 persone e un caso di Dsa ogni 990 abitanti.

La risposta data dal Direttore è in linea con l’opinione che ho maturato frequentando il corso in queste settimane. E’ vero, si sta assistendo ad una progressiva “medicalizzazione” del’impianto scolastico. Il problema però non sono le norme ma la loro applicazione.

Per favorire l’inclusione l’impianto normativo italiano si è adeguato (sempre con quella tipica lentezza che lo contraddistingue): se fino agli anni ’90 si consideravano solo gli alunn* con disabilità (L.104/92) oggi si fa riferimento anche a nuove certificazioni riguardanti i famosi Disturbi Specifici dell’Apprendimento e i Bisogni Educativi Speciali.

La legge riguardante i Dsa (dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia) è stata promulgata nel 2010. Ma non esistono solo i Dsa. Esiste anche un’altra categoria di cui ancora si parla poco, troppo poco. Mi riferisco ai Bes: bisogni educativi speciali.

Secondo Dario Ianes i Bes (che comprendono anche le disabilità certificate dalla L. 104, i Dsa certificati dalla L.170, ma anche una serie di problematiche – come lo svantaggio socioeconomico, o linguistico – che non godono di alcuna certificazione) riguardano difficoltà evolutive in ambito educativo/apprenditivo. La Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 ricorda che l’obiettivo dell’individualizzazione dei BES (individuazione affidata al perdonale docente e ai consulenti pedagogici,  che non si esprime in alcuna diagnosi) consiste nell’orientare la didattica verso una personalizzazione del percorso formativo. I BES complicano il lavoro dei docenti: non si chiede loro di avere un unico metodo d’insegnamento ma, al contrario, di saper individuare nuove strategie  per favorire il percorso evolutivo dei bambin* facendo loro raggiungere  i medesimi obiettivi ma attraverso nuove strade.

Dal mio punto di vista la legge sui Dsa è precisa e ha colmato un vuoto: si tratta, adesso, di adeguare la didattica al cambiamento normativo. Spesso infatti la certificazione viene usata come un’arma: per tutelare i docenti (“l’alunno è certificato” spesso suona come  un “è autorizzato a fare meno”…dunque il corpo docente si sentirà meno in colpa di possibili rallentamenti  e delle possibili difficoltà riscontrate dal gruppo classe) e le famiglie (di fronte alla inadeguatezza di molte scuole preferiscono tutelare il figl*, senza sapere che si tratta di una tutela solo di facciata).

Il mio suggerimento quindi è: parliamo meno di Dsa, parliamo di più dei Bes. Educhiamo le persone, soprattutto i genitori, ad una conoscenza approfondita di questi argomenti. Mettiamo in discussione l’idea per cui una certificazione è di per sé sufficiente ad annullare il problema. Facilitiamo lo sviluppo di nuovi metodi di apprendimento. Da qui anche l’esigenza di nuove figure da inserire nel panorama scolastico: il facilitatore degli apprendimenti ha proprio la funzione di valutare quali possono essere le migliori strategie per il raggiungimento degli obiettivi, deve conoscere nuovi metodi di lavoro, nuovi strumenti e, soprattutto, si pone come esperto nelle relazioni: cura, cioè, il rapporto tra corpo docente, genitori e alunni. Il facilitatore orienta i genitori e i docenti, li aiuta a individuare nuovi metodi per migliorare il lavoro dell’alliev*, sia in classe che a casa, da informazioni circa gli uffici territoriali che si occupano di didattica e strumenti dispensativi e compensativi, favorisce il processo di crescita personale dell’alunn*, potenziandone il senso di autoefficacia e di autostima.Il facilitatore, facendo proprie le abilità del counselling e della pedagogia, si contraddistingue per essere anche un professionista dell’ascolto empatico: non fornisce soluzioni ma pone le persone lungo il cammino per trovarle da sé. Credo ci sia bisogno di questa figura professionale per rendere la didattica meno “tecnica” e più umana.

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