Robin Norwood e le sue Donne che amano troppo

27 Novembre 2014

“Certe relazioni non sono coincidenze” (p.100): è questa la chiave di lettura del celebre saggio di Norwood, dedicato alle donne che amano troppo. Ma chi sono costoro? Con una narrazione semplice e diretta, attraverso la rilettura di una serie di casi che ha seguito in anni di lavoro l’autrice prova a delineare il profilo di questa grande categoria di donne. E’ strano, il gruppo delle “donne che amano troppo”: pur essendo tantissime le appartenenti alla categoria nessuna è consapevole di farne parte. Tutte sono convinte di amare, non di “amare troppo” e quando si presentano in terapia non hanno la benché minima percezione che il problema – il vero problema, al di là di quanto esse riportano (un amante che se ne va, l’alcolismo, i disturbi alimentari, la cleptomania) – sia riconducibile al troppo amore. Il testo si prefigge allora proprio questo scopo: «aiutare le donne che hanno dei rapporti distruttivi con gli uomini a riconoscerne il fatto, comprendere le origini e costruire gli strumenti per cambiare la loro vita» (pag.16).

«Quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo. Quando giustifichiamo i suoi malumori (…) ma ci adattiamo. Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo (…)» (pag.13): questo può essere una prima definizione di “troppo amore”. Le sfumature di questa possibile condizione esistenziale – che caratterizza un gran numero di donne – viene poi tratteggiata finemente attraverso il racconto dei casi di Jill, di Trudy, di Melanie, di Cloe e dei loro compagni. Sono due le ragioni che possono portare le donne ad amare troppo: una è di tipo individuale, riconducibile all’infanzia: aver sofferto di carenze affettive, esser cresciute in una famiglia in cui venivano negati i comportamenti considerati inaccettabili, aver bisogno di controllare qualsiasi cosa per il timore che tutto ciò che sfugge al controllo sia potenzialmente pericoloso, essere una co-alcolista (cioè avere familiari con questa problematica) sono tra i motivi individuati dall’autrice come fattori scatenanti del disturbo del “troppo amore”. L’altra motivazione è ravvisabile negli stereotipi di genere e nell’educazione che, da sempre, le donne sono costrette a subire. «Ci insegnano che è nostro dovere rispondere con compassione e generosità quando qualcuno ha dei problemi» (p.157), ci insegnano che con la forza del nostro amore possiamo cambiare l’altro (e non a caso i partner che scelgono donne che amano troppo sono uomini con disturbi di vario genere, dalla dipendenza da alcol e droghe a problematiche sessuali, o lavorativi, o sociali, che avrebbero bisogno di cambiare per poter stare meglio), ci insegnano ad essere succubi ed accondiscendenti, perché è questa l’unica strada per accaparrarsi l’amore del nostro Lui. Le donne che possiedono queste caratteristiche sviluppano relazioni tutt’altro che casuali «con uomini che permettono loro di continuare ad avere quel tipo di rapporto morboso sviluppato nell’infanzia». (pag.98). I due inizieranno una relazione giocando, di volta in volta, il ruolo di Vittima, di Persecutore o di Salvatore. In Analisi Transazionale questo fenomeno prende il nome di triangolo drammatico. Il rapporto tra i due non potrà che essere sbilanciato, disarmonico, morboso…malato.

Il volume, nonostante sia ormai un lavoro “datato”, rimane un testo fondamentale per capire le dinamiche che si celano dietro ai fenomeni di violenza domestica. Esso inoltre adotta un’impostazione interessante, utile per affrontare il problema da un’altra angolazione: invece di cercare le motivazioni per cui un uomo violento intrattiene una relazione di dipendenza e violenza con una partner si guarda invece alle motivazioni profonde, alcune psicologiche, la gran parte sociologiche e pedagogiche (relative cioè agli stereotipi di genere, veicolati dalla società e rafforzati dalla pratica educativa tradizionale) che possono spiegare il motivo per cui una donna sacrifica il proprio benessere intrattenendo relazioni affettive morbose.

Le radici del “troppo amore” affondano nell’immaginario del femminile, che vuole al donna in grado di sacrificarsi per l’altro (padre, marito, amante…) perché questo è il ruolo che per secoli le è stato imposto. Il saggio mette in luce quanto questo assunto di base sia deleterio e malsano (non solo per la donna, che ne paga le conseguenze più care, ma anche per l’uomo a cui si illude di voler bene, di cambiare, di aiutare). Oggi di queste tematiche si discute molto: nel 1985 forse meno. Per questo il saggio di Norwood deve comparire tra le letture imprescindibili di chi si occupa di violenza di genere ed educazione.

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5 responses

  1. http://lunanuvola.wordpress.com/2013/06/05/donne-che-amano-troppo-i-soldi/
    “Quando in troppi notarono la somiglianza fra le “pazienti” descritte nel libro e lei stessa, l’autrice fu costretta ad ammettere che la maggior parte delle donne di cui parla se l’è inventate di sana pianta. Pam, Jill e Trudi NON ESISTONO. Il glorioso e strombazzato finale in cui Trudi, ora “convalescente”, fa la sua ultima seduta con Norwood, e i suoi occhi brillano e i suoi capelli ondeggiano lunghi e folti, è solo la fantasia dell’autrice che parla con se stessa. Quale fu il commento della preclara terapista dopo l’ammissione? Be’, lei non aveva mai sostenuto che quelli citati fossero dei veri casi clinici.”
    Quando ho scoperto che quelle donne se le era inventate, ci sono rimasta molto male…

    1. alessiadulbecco ha detto:

      Non conoscevo questa notizia che hai fatto benissimo a riportare. Ovviamente è una delusione. Al di là di ciò credo che questo aspetto nulla tolga all’analisi compiuta da Norwood rispetto alle correlazioni tra troppo amore e stereotipi sul femminile, che è poi l’aspetto che mi importava far risaltare.. In generale credo sia un saggio da leggere e da conoscere 🙂

      1. Io l’ho letto. Il volume in cui si parla di questa cosa è “Backlash: The Undeclared War Against Women” Di Susan Faludi

        1. alessiadulbecco ha detto:

          Il testo che indichi tu è del 91, quello di Norwood dell’85. leggerò anche quello, grazie

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