“Parole tossiche”, ovvero quando il sessismo avvelena il linguaggio.

5 Novembre 2014

Graziella Priulla, Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo, Settenove Edizioni

Il saggio di Graziella Priulla costituisce una riflessione importante attorno agli automatismi verbali e alla «nuova povertà espressiva e culturale » (pag.10) verso la quale il nostro linguaggio si sta orientando. L’uso del turpiloquio e di espressioni volgari – lungi da essere un atto anticonformista, di rottura rispetto alla rigidità linguistica che ha caratterizzato il nostro codice nel secolo scorso – abbassa la soglia di disagio riempiendo « le nostre orecchie di parolacce e la nostra testa di luoghi comuni» (p.12). Connotato da una dimensione aggressiva rilevante, il linguaggio diventa «esso stesso violenza» (p.65): gli insulti – che si sostanziano nei luoghi comuni – si caratterizzano per essere di tipo sessuale per diventare «la spia di una concezione delle donne tanto diffusa, così profondamente radicata, da non essere più vista» (p.76).

Il tentativo del volume è quindi quello di portare attenzione sulla tradizione linguistica «che nomina con spregio la diversità» (p.87): far emergere le dinamiche soggiacenti all’uso di  determinati insulti permette di prendere coscienza circa il nesso tra potere (del codice linguistico), violenza e stereotipi arrivando così a contestare gli schemi cognitivi precedenti per costruirne di nuovi.

Il testo può essere simbolicamente suddiviso in due parti: nella prima la sociologa, soffermandosi sui concetti di volgarità e pudore, affronta le motivazioni psicologiche e culturali che si celano dietro l’uso del turpiloquio. Nella seconda indaga gli effetti di questi termini all’interno della costruzione di un immaginario sociale fortemente connotato da un’impostazione sessista.

Secondo Priulla vi sono cause neurolinguistiche che possono spiegare l’uso del turpiloquio: se è vero che il nostro cervello associa un’emozione violenta a un’espressione linguistica, allora emozioni come rabbia, frustrazione, sorpresa e paura troveranno nell’utilizzo delle “cattive parole” una «valvola psichica di sicurezza» (p.16). La volgarità, quindi intercetta la parte antica del cervello che gestisce le emozioni. Il problema sorge, però, dal fatto che il linguaggio volgare – che, come si vedrà, cela una profonda dimensione sessista – viene assunto a registro principale dal mondo politico e culturale. La televisione, in particolare, svolge all’interno di questo processo il ruolo di cassa di risonanza diffondendo in modo capillare i messaggi e con essi gli stereotipi e i pregiudizi che li alimentano. Lo sdoganamento di certi canoni linguistici, ad opera del mondo politico, televisivo e culturale, viene giustificato dalla retorica del “così fan tutti”. Per la classe dirigente, usare certe espressioni volgari è il modo più semplice di intercettare i bisogni della gente comune, per il mondo televisivo è proprio il pubblico a richiedere l’uso della volgarità (ed ecco quindi aumentare a livello esponenziale i format in cui si assiste ad una duplice operazione: «esibizione nella sfera pubblica di questioni precedentemente assegnate alla dimensione privata» (p.43) e uso costante del turpiloquio necessario per nascondere l’assenza di contenuti.

Non solo il linguaggio volgare non possiede sostanza ma – ed è questo il nucleo tematico importante del volume – viene adoperato per costruire mondi. Il linguaggio offensivo ha lo scopo di rimarcare differenze di genere, denigrando e svilendo quelle che attingono al femminile. Ciò è ben visibile attraverso l’indagine lessicale con cui la studiosa analizza i termini afferenti le zone erogene maschili o femminili. Questi ultimi sono usati in quanto sineddoche: una parte – quella sessuale – definisce il senso complessivo della persona. Il senso comune e gli stereotipi stabiliscono ciò che ci si aspetta da un uomo o da una donna. Il linguaggio sessista va a colpire chi non è “abbastanza uomo” o “abbastanza donna”; chi, cioè, non incarna caratteristiche aprioristicamente stabilite. Gli insulti prendono di mira le devianze dal modello sessuale tradizionalmente riconosciuto: ecco quindi aumentare esponenzialmente l’hate speech ai danni di omosessuali e donne. Le stereotipie quindi producono una relazione biunivoca tra potere, omofobia e misoginia.

Il linguaggio è un motore potentissimo: esso permette di costruire mondi, ma se una parte della popolazione è esclusa da questa operazione poietica si verranno a creare contesti profondamente disequilibrati. Essere consapevoli di queste correlazioni pare, in sostanza, l’obiettivo finale del libro. Se è vero che «il linguaggio ci avvelena solo se glielo consentiamo» (p.173)  è vero allora che solo una  sana abitudine al dissenso – dai luoghi comuni, dagli automatismi linguistici – potrà favorire la destrutturazione di determinati modelli comunicativi e favorire il dialogo sulle questioni di genere.

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3 responses

  1. Counselor Master ha detto:

    UN PASSO CHE VA OLTRE
    Fin quando sarai nella concezione del bene e del male, vivrai nel duale dell’esistenza terrena, dove prevarrà il Giudizio.

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