Memorie di una ragazza perbene

18 Dicembre 2014

È un’autobiografia lucida e distaccata quella che scrive Simone De Beauvoir nel 1958, come se la distanza che l’autrice pone tra sé e i tanti fatti narrati servisse a renderli più chiari, ad analizzarli entrando meglio nei dettagli,  a mettere in luce i turbamenti emotivi e i sentimenti provati all’interno di ogni singolo episodio.

De Beauvoir racconta alcune tra le tappe più importanti della formazione di un essere umano. Se questo essere umano è per di più una donna gli episodi narrati diventano espressione della ricerca di un sé che non vuole assoggettarsi alle regole già scritte, ma traccia al contrario un nuovo sentiero attorno al quale acquisire consapevolezza e, a poco a poco, formarsi.

Con uno sguardo acuto ed una precisione chirurgica la studiosa descrive molti episodi dai quali traspare il profondo senso di una liberà personale che, fin da giovanissima, eleggerà a caposaldo della propria esistenza.

L’infanzia agitata – vissuta nell’ambiente sociale dell’alta borghesia francese – è animata dalle cure e dalle attenzioni della bambinaia Louise. Il padre poco si cura di lei (perché non è compito degli uomini badare ai bambini), con la madre vivrà sempre momenti di grande conflitto: «io fui modellata da lei. Fu lei a inculcarmi il senso del dovere, come pure i principi di dedizione e austerità. (…) io appresi dalla mamma a restare in ombra, a controllare il mio linguaggio, a censurare i miei desideri, a fare ciò  che si doveva esattamente dire e fare» (p.44). Solo quando comincerà la scuola il padre inizierà a notarla: «mio padre mi trattava come una persona adulta, mia madre si prendeva cura della bambina che ero» (p.42). Comprende presto che le bambine e bambini non sono trattati allo stesso modo e non godono di un identico destino, tuttavia non si demoralizza: «la passività a cui mi condannava il mio sesso la convertivo in sfida» (p.60). L’educazione che le era stata impartita annullava completamente il corpo tanto che «bisognava nasconderlo; mostrarne le parti – salvo qualche zona ben definita – non stava bene» (p.84), per assecondare la morale borghese e cattolica le giovani erano educate a non guardarsi e addirittura a cambiare la biancheria senza mai scoprirsi. Durante l’adolescenza l’adesione al cattolicesimo verrà messa in discussione: «una notte intimai a Dio, se esisteva, di dichiararsi. Restò muto, e mai più gli rivolsi la parola» (p.278).

Consapevole che i ragazzi appartenevano a una categoria privilegiata poiché loro «vivevano a cielo aperto, io ero condannata in una nursery» (p.126) decide ben presto di sottrarsi ai doveri di donna imposti dalla società borghese di appartenenza: «no, mi dissi ordinando sul ripiano una pila di piatti, la mia vita condurrà in qualche posto. Per fortuna io non ero destinata ad una vita di massaia» (p.108). Sarà il padre, complice il dissesto finanziario nel quale aveva fatto precipitare la famiglia, a orientarla verso la carriera: prima si iscriverà a lettere, poi a filosofia. Realizza di voler insegnare e anche in questo caso compie una scelta invisa alla famiglia: «sul piano pratico approvava la mia scelta, ma nel fondo del suo cuore era ben lontano dall’aderirvi» (p.183).

E’ alla Sorbona che si formerà come intellettuale. «I ragazzi e le ragazze che avvicinavo mi apparivano insignificanti: se ne andavano in giro in comitive, ridevano troppo forte, non si interessavano di nulla e si appagavano di questa indifferenza»: sarà sempre una vita un po’ distaccata dagli altri, la sua, almeno fino all’incontro  con gli intellettuali di sinistra. Qui  conoscerà Jean Paul Sartre che, diverrà l’amico, il compagno e l’amante di tutta una vita.

La sua vita, soprattutto nel periodo universitario, sarà caratterizzata da un nuovo ardore che la porterà a parlare con gli sconosciuti e farsi avvinare da loro, solo per il puro spirito di contraddire gli antichi mandati familiari che obbligavano le donne a non avere comportamenti sconvenienti e a non parlare con gli estranei. In più di un’occasione rischierà di subire violenza da parte di uomini che non concepivano la possibilità che una donna potesse farsi avvicinare da qualcuno, farsi pagare un drink e non “offrire” nulla in cambio.

Le conquiste di De Beauvoir non sono solo individuali; esse rappresentano la nascita di una  nuova figura femminile: più consapevole di sé, meno disposta a farsi comandare o a seguire le rigide regole imposte dalla società .

In un periodo come il nostro, in cui sempre più spesso si cerca di mettere in discussione le conquiste femminili, il suo insegnamento risulta oltremodo attuale. Simone diceva di sé stessa «io appartenevo alle aspiratrici. Le donne che hanno un destino» (p.330): ci auguriamo che molte siano le donne che possano seguire la sua strada fatta di aspirazioni, successi e autenticità.

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2 responses

  1. Ma Bohème ha detto:

    Ottimo libro, sempre attuale nonostante non recente.
    I buoni testi non sono mai datati.
    Buona giornata. 🙂
    Primula

    1. alessiadulbecco ha detto:

      Pienamente d’accordo, Primula!

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