Gesti di solidarietà e di resistenza pedagogica

14 Luglio 2015

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Lo ammetto, per un istante mi sono sentita orgogliosa delle mie origini liguri.

Perchè dovete sapere che la scelta di lasciare la mia città non è stata dettata solo da motivi contingenti (prospettive lavorative limitate, opportunità lavorative sempre più ridotte dalla crisi …) ma anche per un motivo che definirei “etico”.  Negli ultimi anni ho visto la mia terra impoverire non solo economicamente parlando ma anche in senso morale. E’ normale, la crisi genera improbabili guerre tra poveri e se le persone non hanno modo di difendersi  – con un pensiero e ragionamento forte – il rischio di cadere in dinamiche poco felici c’è. Dalle mie parti purtroppo c’è stato. Ho visto un territorio potenzialmente florido ridursi sempre di più, persone intrappolate nel proprio isolamento volontario (un isolamento contro gli altri). Rare forme di associazionismo e sicuramente poco produttive, poco utili se non a raccogliere fondi (il nostro lato pratico spesso portato alle estreme conseguenze) e mai a creare occasioni: di incontro, scambio, contatto. Perché sono queste tre cose, secondo me, a portare nuove opportunità e qui in Toscana l’ho imparato bene.

Per questo leggere questa notizia, oggi, mi ha riempito di gioia. L’evento organizzato a Bellissimi, un borgo bellissimo di nome e di fatto, mi rende orgogliosa di essere imperiese. E’ un piccolo gesto di coraggio e di resistenza pedagogica, la definirei. Aprirsi all’altr*, conoscere un pezzo del suo mondo e dare a lui o a lei la possibilità di vedere il nostro. Senza paure, senza barricate, senza terrori mediaticamente indotti.

Peccato che la gioia sia durata fin quando non ho letto i commenti alla notizia. Da essi traspare il lato peggiore del ligure, ma anche dell’italiano medio, che vive in città ai margini dell’impero e autenticamente provinciali. Mi spiace molto per loro: perderanno l’occasione dello scambio con l’altro, del confronto che è sempre accrescimento. Perderanno la possibilità di mettere in discussione affermazioni che spesso assimilano e vomitano senza neppure aver verificato. Io quest’anno una ragazza, una profuga, arrivata dal Sud Sudan con un barcone l’ho conosciuta, proprio grazie al mio lavoro. E’ stata temporaneamente alloggiata presso la comunità dove lavoro. Ha 17 anni e due occhi sorridenti seppur provati.

E’ una ragazza molto carina, nonostante l’aria sempre un po’ nostalgica. Ha profonde ferite ai polsi. Ora che si sono cicatrizzati sono diventati segni, “cose che stanno al posto di qualcos’altro”: della sua vita passata, delle sue sofferenze. Anche se non capisce una parola di italiano prova ad imparare ogni giorno e se non si riesce si comunica a gesti.

Posso confermare che per il suo sostentamento le istituzioni pubbliche mettono in atto gli stessi provvedimenti per altri ospiti. Perché dove c’è un disagio – psichico, sociale, economico, linguistico – un paese civile degno di essere chiamato tale deve mettere in atto forme di sostegno – aiuto e se si può intervenire prima – di prevenzione. Mi spiace per i miei conterranei e connazionali che non lo capiranno mai.

(foto tratta dall’articolo di Imperia Post)

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