Come si diventa educatori, o di come questa professione vi sceglie

24 Gennaio 2020

Io non ricordo esattamente quando ho scelto di diventare educatrice prima e pedagogista poi: all’Università ero attratta maggiormente dalle materie sociologiche, dai meccanismi sociali che portano all’esclusione (forse, per una che per una vita si è sentita/ha scelto di sentirsi esclusa, affrontare questo argomento era un percorso necessario). Poi, l’esame di Pedagogia col prof. più temuto della Facoltà, la proposta di condurre una ricerca e il gioco è fatto: è grazie a lui che mi sono fatta un mazzo indicibile per cinque anni, che ho scoperto Heidegger e la cura. Mi sono laureata in Pedagogia Clinica perché con lo studio ho capito che l’educazione non consiste in vuoti precetti che i genitori trasmettono ai figl*, non ha a che fare con le buon maniere. Questa è l’idea che in maniera generica si tende a cucire addosso a questa disciplina, e per questo forse agli occhi di molt* ha meno credibilità di altre (psicologia in primis). Per me l’educazione, se serve a qualcosa, serve per prendersi cura degli altr* affinché essi imparino ad avere cura di sé.

Qualche giorno fa al centro educativo si è iscritta una nuova ragazzina.

La chiamerò Giada.

Giada ha i capelli lunghissimi e una dislessia tosta. Con noi parla pochissimo, a malapena incrocia lo sguardo; rispetto ai compiti è sfuggente: lei ha “già fatto tutto” e “non ha bisogno”. Con i coetane* è spigliata, parla di tiktok e mostra i balletti che ha imparato.

Un paio di giorni fa mi chiama la sua insegnante di Lettere e mi chiede di vederci. La professoressa mi dice che Giada ha scritto un tema prima di Natale in cui ha raccontato i suoi ultimi due anni: la separazione dei genitori e la sua vita con la valigia: a scuola con il babbo, poi a casa della mamma e del suo nuovo compagno, dopocena il padre torna a prenderla per accompagnarla a casa sua, fuori città, e la mattina dopo si ricomincia. Ha raccontato delle incomprensioni con la mamma e della morte dei nonni, a cui era legatissima. Tutto è avvenuto rapidamente e, uscita da quel tornado, le sono rimaste solo brutte sensazioni: paura, solitudine, vuoto.

Giada due giorni fa ha portato un’arma in classe; la teneva nello zaino ma poi non si sa bene perché è spuntata sottobanco e una prof. l’ha trovata. Non sa spiegare perché ce l’abbia ma più volte afferma che non le rimane molto nella vita – i nonni sono morti, i genitori non la vedono – e, tutto sommato, morire non le dispiacerebbe.

La prof. mi chiede una mano perché lei, da sola, non può fare tutto e ha bisogno che qualcuno che condivida un progetto di cura per questa ragazzina che maschera il suo vuoto con disinvoltura.

Questa è l’ultima delle storie che ho ascoltato, ma al centro educativo tutti i ragazz* hanno delle vicende così drammatiche, alle spalle.

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Ecco, io non ricordo quando ho scelto di diventare pedagogista. Però, so che ogni volta che ascolto storie così e partecipo attivamente attraverso un progetto educativo ricordo perché ho scelto di diventarlo.

A chi si avvicina a questa professione, a chi è incerto se intraprendere studi di questo tipo posso, solo dire una cosa: educare è una professione complessa e, diversamente da altre altrettanto difficili, è sottopagata, non riconosciuta, a volte ridicolizzata. Sceglierla prevede un atto di coraggio e soprattutto un gesto d’amore verso chi si trova – momentaneamente o stabilmente – in una condizione di debolezza.

Chiedetevi solo se siete ben forniti di coraggio ed amore: se la risposta è si, avete già scelto. Lei vi ha scelti.

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