Ancora dalla parte delle bambine

30 Gennaio 2015

ancora1

Negli anni Settanta Elena Gianini Belotti scrive un breve saggio nel quale analizza i condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita. La premessa è semplice quanto innovativa: la maggior parte delle persone ritiene che le differenze tra maschio e femmina siano innate mentre, secondo il ragionamento della studiosa, invece, sono frutto di condizionamenti culturali – spesso trasmessi in modo inconsapevole – dai genitori e dalle altre figure preposte alla formazione e alla socializzazione dei più piccoli. La società utilizza questi condizionamenti allo scopo di  tutelare quei valori che intende trasmettere da una generazione all’alta e – tra questi – vi è il mito della “naturale” superiorità maschile a scapito di una inferiorità femminile. Mentre i maschi sono educati fin da subito ad avere un comportamento irruente e sono giustificati per la loro aggressività, le bambine sono educate alla passività e al sacrificio. Tutto ciò si rifletterà sugli spazi che bambine e bambine andranno ad occupare: se le prime potranno muoversi esclusivamente all’interno delle mura domestiche (saranno cioè angeli del focolare, casalinghe, brave mamme e si faranno carico della cura di tutti i componenti della famiglia), i bambini sono educati fin da subito a conquistare gli spazi esterni (sono incoraggiati a giocare all’aria aperta, a fare sport, a fare carriera una volta adulti etcc..).

Queste sono le premesse da cui si origina il bel saggio di Lipperini. A distanza di trent’anni dal precedente volume, cosa è cambiato? L’indagine della scrittrice è profonda e ampia e prende in esame quei contesti in cui le bambine compiono il loro apprendistato formativo: la famiglia, la scuola, i libri e i fumetti aggiungendone uno che, oltre ad avere una vita autonoma, spesso influisce sui precedenti: i media.

I media, cioè i programmi tv, le pubblicità, il mondo di internet (che si esplicita nei videogiochi che si possono trovare sulla rete, nei blog, nei siti internet spesso fruiti da bambin* a partire dai 5 anni di età) non sono il male assoluto, come molti genitori e molti intellettuali continuano ad affermare. Secondo Lipperini il problema è legato alla confusione che si crea confondendo il mezzo e il contenuto. L’autrice riconosce molti meriti agli strumenti sopra descritti. Il problema è, però, che continuano a contenere pregiudizi e stereotipi decisamente simili a quelli individuati da Belotti nel processo di socializzazione che caratterizzava le bambine negli anni ’70. L’estrema versatilità degli strumenti, poi, si traduce in una confusione dei modelli proposti: le bambine possono guardare i programmi per l’infanzia, ma anche i reality destinati ad un pubblico adulto come il grande fratello, uomini e donne e la pupa e il secchione. La sessualità è sbandierata, le donne protagoniste sono superficiali ed esclusivamente attente all’apparenza. Il modello femminile, in sostanza,non è cambiato.  Neppure nei cartoni animati o nel mondo dei giocattoli – dove accanto alla sempreverde Barbie spuntano nuove protagoniste, come le Bratz, bambole simili alla bionda star di Mattel ma più aggressive nel look e nelle storie che le vedono protagoniste- qualcosa è cambiato. Alle bambine è sempre richiesto di guardare all’apparenza  et tutto ciò che ruota nel loro mondo ha a che fare con vestiti alla moda, trucchi e acconciature. Curare il proprio aspetto per un unico motivo: far colpo sui ragazzi e – possibilmente – trovare il Principe Azzurro che le sposerà e dal quale potranno avere tanti figlioletti.  Come un perfetto Giano bifronte i giocattoli mostrano l’altro “ideale” a cui le bambine sono socializzate: attraverso aspirapolveri, cucine, carrelli delle pulizie e stoviglie così simili a quelle delle proprie mamme le giovani sono educate ad essere donne remissive e accudenti, a farsi carico delle faccende domestiche e a curare i piccoli.

Il modello schizofrenico è quello a cui le donne sono da sempre educate. Ciò si nota bene anche quando si parla di maternità: si trasmette il valore secondo il quale l’istinto materno sia una dote innata per una donna, ma non appena partorisce la si sommerge di messaggi negativi che rimandano alla sua totale incapacità di prendersi cura in modo adeguato del/lla piccol* (ed ecco quindi moltiplicarsi guide, libri, opuscoli, canali tematici e programmi tv…).

A scuola, i genitori, mentre invocano protezione da parte delle insegnanti nei confronti dei propri figli e del programma didattico da rispettare (soprattutto quando a creare scompiglio è un bambin* con un disturbo legato all’apprendimento) ricordano al proprio figli* di farsi valere se qualcuno osa attaccarli direttamente.

Nonostante l’importanza della riflessione sulla maternità, sulla scuole e sui compiti educativi, sotto la lente di ingrandimento dell’autrice vi sono in larga misura i media: «chi si trova a riempire di contenuti un sistema di media che avrebbe possibilità notevolissime agisce seguendo vecchi schemi» (p.233) inoltre «non è la sola televisione ad aver innescato la riproduzione di archetipi che si credevano scomparsi: sono quegli stessi modelli ad aver preso forza in luoghi diversi e a essere riversati – anche – in televisione» (ibid.)

Ancora oggi si rivela necessaria un’opera di decostruzione degli stereotipi di genere e, soprattutto,risulta indispensabile veicolare nuovi modelli educativi basati su un approccio meno rigido e schematico. Trasmettere alle future donne valori formativi differenti rispetto alla bellezza, all’apparenza, e alla femminilità che si esplicita nell’essere o “femme fatale” o “buona madre di famiglia” Solo così potranno essere ampliate le possibilità partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del paese.

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