Violenza di genere e omofobia: strumenti di smascheramento e nuove forme di “resistenza”

18 Novembre 2014

E’ di pochi giorni fa la notizia di un quattordicenne insultato e picchiato, in una scuola di Perugia, da un insegnante. Il “professore” (anche se definirlo con questo termine mi mette un po’ in difficoltà) avrebbe prima detto che essere gay è una brutta malattia, associando poi la frase al nome e cognome del giovane. “Tu ne sai qualcosa” avrebbe detto rivolgendosi al ragazzo, che per tutta risposta avrebbe ribattuto “si, da quando conosco lei”. La risposta dello studente avrebbe scatenato l’ira dell’insegnate che gli si sarebbe lanciato contro, colpendolo con due pugni alla spalla e con un calcio alle gambe. La versione del giovane sarebbe stata sostenuta da diversi compagni di classe.

Alla notizia seguono le voci e le opinioni di – da una parte – si schiera dalla parte dello studente invocando un sostegno maggiore (anzitutto economico) alle iniziative con le quali si cerca di parlare pubblicamente (nelle piazze e nelle scuole, tramite dibattiti ed interventi) di violenza di genere e omofobia – e, dall’altra, chi si schiera dalla parte dell’insegnate. Certo, schierarsi da questa parte risulta molto difficile: come si può difendere il gesto di un insegnante violento (indipendentemente dalle motivazioni omofobe che hanno scatenato il fatto)?? E’ così che si assiste ad un ribaltamento della questione.

Vince il premio “come ti rivolto la frittata” Giancarlo Cerrelli, avvocato cassazionista e canonista, vicepresidente nazionale Unione Giuristi Cattolici Italiani. Ieri mattina, sul suo profilo twitter, ha scritto:

Sulla violenza omofobica di un prof di PG contro uno studente: NON E’ VERO: il ragazzo non è gay!

Interessante punto di vista, il suo. Come a dire: non importa quello che ha fatto il professore, non si discute del suo comportamento e del suo gesto vile, scorretto oltre che perseguibile per legge. Ciò che conta è l’orientamento sessuale della vittima.

Non so voi, ma a me queste parole hanno subito fatto venire in mente quello che accade – troppe volte, troppo spesso – alle vittime di violenza sessuale: il rovesciamento dell’accusa sulla vittima. Ma, lei, ci stava? O il suo “no” poteva essere letto come un “forse si”?  In generale questo diventa un po’ il modus operandi di fronte a tutte le violenze di genere: se una donna decide di interrompere una relazione violenta, prima di andare a colpire il partner aggressivo ci si chiederà perché solo oggi la donna abbia deciso di denunciare, di interrompere quella relazione.

“Ma perché c’è stata fino ad oggi?” , la classica affermazione che si sente ripetere.

Tutto ciò mi fa pensare che i comportamenti aggressivi – nei confronti delle donne o di chi ha un orientamento sessuale, presunto o dichiarato,  “non conforme” – si muovano sulla stessa lunghezza d’onda: perché la prima cosa che si cercherà di fare è di mettere in dubbio la veridicità dell’accusa della vittima: se la donna che subisce uno stupro “è una che ci sta” non pottrà essere presa sul serio e comunque di certo non si potrà parlare di violenza, al massimo di una incomprensione tra le parti; se il ragazzino che subisce un atto di bullismo omofobico (non da un suo coetaneo ma addirittura da un suo professore) in realtà non è gay viene meno la questione: non si tratta di omofobia, al limite di un atteggiamento “correttivo” (non a caso il docente si è difeso dicendo di aver dato un “colpetto” alle gambe del ragazzo perché seduto scomposto) che nulla ha a che vedere con l’odio verso gli omosessuali.

Il problema si annulla, viene fatto passare in secondo piano e perde di importanza.

Per questa ragione ritengo sia essenziale continuare a parlare di questi problemi: la violenza E’ il problema, non le azioni riferibili ai singoli casi. Bisogna continuare a proporre iniziative per parlare di violenza, soprattutto nelle scuole ma non esclusivamente ai ragazzi: spesso i giovani hanno mentalità più aperte dei docenti che dovrebbero insegnar loro qualcosa. Mettere in luce i meccanismi che i detrattori utilizzano, smascherare le loro argomentazioni vuote e, in molti casi, pretestuose è un fondamentale gesto di resistenza pedagogica.

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