Quella parolina che comincia per P…

5 Agosto 2015

 img 0229 Chi frequenta spesso le pagine virtuali di questo blog sa che da un paio di mesi a questa parte ho cominciato un corso formativo specifico sulla figura del Facilitatore degli apprendimenti. 

Il facilitatore è una nuova figura professionale che si pone l’obbiettivo – appunto- di facilitare gli apprendimenti dei bambini con bisogni educativi speciali. È, anzitutto, un professionista della relazione: il suo scopo è quello di favorire la comunicazione tra scuola, famiglia ed eventuali professionisti esterni coinvolti (penso logopedisti, neuropsichiatri e psicologi, ad esempio in fase di diagnosi di un disa…). Il facilitatore ha quindi a cuore la comunicazione e la formazione/educazione del bambin* e per questo deve essere pedagogicamente preparato. Nel corso dell’intero percorso formativo, conclusosi proprio la settimana scorsa, si è fatto riferimento a dirigenti scolastici ed insegnanti, docenti di sostegno e psicologi, ad educatori e assistenti sociali poiché tutte queste figure possono/ devono essere coinvolte nel caso si presenti un alunn* con bes. Una sola figura professionale continua a latitare…quella che comincia con la lettera P…Del pedagogista non si fa mai menzione, né in questo né in altri contesti. Come mai, c’è da chiedersi? L’ultima lezione del corso era riferita all’individuazine di idee e spunti per la creazione di uno sportello di ascolto e counselling sui bes: lezione tenuta da una psicologa, mai un riferimento a come le abilità pedagogiche possano essere spese in un contesto di questo tipo.

Un altro esempio:  pochi mesi fa si è tenuto a Viterbo  il Festival dell’educazione. Vi invito a cercare in rete il programma, dare uno sguardo agli ospiti e al comitato scientifico. Il predominio degli psicologi è palese. Ma non si tratta di un festival di psicologia, il titolo è chiaro. Si parla di educazione, è la scienza che si occupa di educazione e formazione è la pedagogia…peccato che quasi non se ne faccia cenno…

A mio modo di vedere il problema è alla radice: non si conosce ancora abbastanza la figura del pedagogista e questo crea un grande fraintendimento anche rispetto ad altri ruoli inerenti l’educativo.  Se il pedagogista è ancora una professione sconosciuta si è portati a pensare che l’unico depositario di un sapere progettuale e metateorico, necessario per impostare un lavoro di questo tipo, sia lo psicologo. L’unico, anche, dodato di dignità professionale (se si pensa che di solito tutti siano autorizzati a fare gli educatori..tendenza che spesso le cooperative  confermano, assumendo chiunque a svolgere questo ruolo ..). Il pedagogista, invece, ha una scienza di riferimento – epistemologicamente fondata – è un sapere che è, insieme, prassico, teorico, metateorico e teoretico. Ha una propria dignità, svolge consulenze sui temi afferenti l’educativo e il formativo, ha una specifica preparazione che gli consente di operare in molti ambiti, primi tra tutti quello scolastico, quello formativo (agenzie formative, orientamento..) e quello educativo (comunità con bambini ed adulti, situazioni in cui si rende necessario tutelare e potenziare le capacità residuali come le rsa e le case di riposo per anziani, attività con genitori, attività con utenti affetti da disabilità …). 

Credo sia doveroso far conoscere questi aspetti della nostra figura professionale e poter favorire una presenza consapevole sul territorio e nei vari servizi. se è vero che questa realtà rappresenta una situazione di comodo per molte altre professioni (che si possono, così, ritagliare molti nuovi ambiti di intervento…) credo anche che per invertire la tendenza sia necessario anzitutto un investimento in prima persona che tradurrei con un “metterci la faccia”: far conoscere la professione, investire sulla propria formazione, offrire un servizio di qualità (di fronte al quale è difficile avanzare richieste per ottenere una prestazione professionale in maniera gratuita)… Lavoriamo su di noi, investiamo su di noi e facciamo rete…perché ci sono mille associazioni che ‘tutelano’  la professione? Già non abbiamo un albo, se poi finiamo anche per parcellizzarci ulteriormente è finita! coalizziamoci e chiediamo a gran voce un riconoscimento, anche attraverso alla legge che molti colleghi stanno cercando di far avanzare in parlamento.

La battaglia è appena cominciata ma se il gruppo è coeso le possibilità raddoppiano.

, , , , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Ultimi articoli

Femminismi sotto l’ombrellone: 6 libri… più 1!

Nelle ultime settimane, complici ritmi di lavoro meno serrati, mi sono dedicata alla lettura di alcuni libri femministi pubblicati recentemente. Perché no, il femminismo non va mai in vacanza! Vi… Leggi di più »

L’Italia non ha ancora fatto i conti con la violenza del suo passato coloniale

In queste ultime settimane si è riacceso il dibattito nei confronti della statua dedicata a Indro Montanelli, celebre firma del Corriere della Sera e fondatore de Il Giornale, presente all’interno… Leggi di più »

Non è revenge porn, ma violenza di massa

Su l’Indiscreto, il mio articolo riguardante il fenomeno del Revenge Porn:   Inizialmente si trattava di vendetta privata – fino a qualche anno fa, infatti, la diffusione del materiale scorreva… Leggi di più »

Alessia Dulbecco © 2020 - All rights reserved - Design by Luca Minici | Privacy Policy | Cookie Policy