Ma cosa ti aspetti?

6 Novembre 2014

L’articolo apparso ieri sul settimanale Chi, con il quale il giornalista sviliva la Ministra Madia attraverso determinate allusioni (allusioni decisamente esplicite, direi) ha scatenato l’onda lunga di protesta ed indignazione.

La reazione pubblica di fronte all’episodio è stata differente: molti  (molte donne e tanti uomini) hanno urlato la propria rabbia di fronte ad un articolo che risultava inappropriato per tante ragioni:

  • non contiene alcuna notizia
  • è allusivo
  • fa passare, implicitamente, il messaggio per cui se la Ministra è arrivata a ricoprire questa carica deve essere necessariamente per le sue… “capacità”.

Accanto a queste persone, però, ce ne sono state molte altre che si limitavano a commentare la notizia con un laconico “stiamo parlando del settimanale Chi...cosa vi aspettate?”. Come a dire che su certe riviste – nelle quali si parla di gossip e non di certo di filosofia – questi titoli, questi articoli, queste immagini sono di casa.

Dire “Si sta parlando di Chi…cosa ti aspetti?” significa legittimare l’uso del linguaggio sessista, significa non riconoscerlo nei contenuti, significa accettarlo implicitamente perché “è normale che su certe riviste compaia..altrimenti come farebbero a vendere più copie?”

Significa, in sostanza, ammettere la sconfitta. Il linguaggio sessista è presente ovunque e ciò rende difficile il suo riconoscimento. Concedergli diritto di cittadinanza all’interno di determinate riviste – o specifici programmi tv – significa confermarlo nei suoi contenuti. E, di solito, la conferma è direttamente proporzionale alla sua capillare espansione: nel terreno della politica, nel tessuto sociale, nel linguaggio di tutti i giorni.

Prendiamo le distanze dai giornali che adoperano questi mezzi beceri per aumentare le tirature, ma, per favore, prendiamo le distanze anche da chi non riconosce la pericolosità dei messaggi e, così facendo, li rinforza.

L’onda lunga delle proteste ha portato anche alla nascita dell’hashtag “ci so fare anch’io”: tante donne si sono ritratte nell’atto di mangiare un gelato, corredando la foto con questo messaggio. Per quanto possa capire il gesto credo sia importante liberarsi dal linguaggio sessista più che riappropriarsene modificando le finalità. Perché il linguaggio produce una forma mentis ed è questa che invece sarebbe bello cambiare.

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