Le quote rosa e la “protezione del Panda”

30 Dicembre 2014

Sfogliando il sito de L’Espresso mi sono imbattuta in un articolo di Michele Ainis sul tema quote rosa.

Il titolo

Candidature rosa 
non se ne può più

mi trova decisamente d’accordo. Ho lavorato a lungo sulla tematica e sono concorde con chi distingue una visione “formale” di pari opportunità da una “sostanziale”. Per “pari opportunità formale” si intende il principio di non discriminazione: ognuno deve avere uguali opportunità di accesso alla sfera pubblica,sociale,economica indipendentemente dalle caratteristiche identitarie (colore della pelle,credo religioso, sesso…). Secondo molti studiosi tutto ciò non basta: serve una dimensione “sostanziale”, ovvero la possibilità di intervenire (ad esempio con l’educazione, con le tecnologie…) per eliminare quelle differenze di base (genetiche, sociali…)  in modo che in una competizione equa, con regole definite e imparziali, i partecipanti siano in grado di “gareggiare” iniziando dal medesimo punto di partenza.

Leggo l’articolo e quello che percepisco è solo un’impostazione paternalistica e decisamente molto svilente:

Un capo o una capa dello Stato? Domanda oziosa: di questi tempi, è obbligatoria la papessa. Sicché girano nomi impresentabili, cognomi impronunciabili. La stampa s’arrovella sul profilo delle diverse candidate, ne spulcia il curriculum, ma dopotutto il requisito più essenziale è anche l’unico comune: una gonnella.

In sostanza, dice Ainis proseguendo la lettura, le quote rosa sono un male principalmente per le donne. Su questo sono d’accordo. Le quote rosa falsificano il concetto di pari opportunità: se qui ciò che conta  è l’importanza di un uguale punto di partenza, con le quote rosa si scalza completamente questo principio andando a creare categorie protette che devono necessariamente essere collocate in determinati contesti (parlamento, aziende, consigli di amministrazione..) solo per il fatto di appartenere ad una categoria che si vuole “proteggere”.  Non credo che le donne siano pedine di una scacchiera e non credo siano dei Panda da tutelare: non devono essere posizionate o protette, ma devono poter arrivare a partecipare ad una gara equa ed imparziale. Ciò che mi pare di notare in questo periodo è una certa trasformazione dei diritti da qualcosa che implica attività (prese di posizione, coraggio, partecipazione) ad una dimensione di passività assoluta (tu, donna, non devi fare nulla per ottenere un diritto, ci pensiamo noi  – dall’alto del nostro paternalismo becero – a tutelarti). Mi piacerebbe invece che noi tutte abbandonassimo questa mentalità assistenzialista e cominciassimo a combattere per i nostri diritti, in prima persona. Certo, con i tanti “soffitti di cristallo” e con il sessismo dilagante  non è semplice, ma credo sia un passaggio fondamentale, un cambiamento di prospettiva: non sono gli altri a doverci proteggere, ma siamo noi ad esporci e combattere.

A cosa serve questo cambio prospettico? Ad esempio a bloccare sul nascere certe considerazioni completamente scorrette, come quelle di Ainis quando dice

Ogni politica di azioni positive va giustificata in base a un’analisi statistica, che a sua volta documenti il gap sofferto dalle donne o in generale dalla categoria che riceve il beneficio. Il genere femminile viene storicamente discriminato sul lavoro, ma non in tutti i lavori. Nella scuola, per esempio, le insegnanti sono più degli insegnanti.

Se le donne acquisissero un ruolo attivo potrebbero facilmente ribattere a questa considerazione ricordando che ci sono motivazioni specifiche per cui le donne insegnanti sono di più dei colleghi uomini: oltre alla questione economica (l’insegnante, in Italia, non è un ruolo sociale a cui gli uomini aspirano perché gli stipendi e il prestigio sociale sono bassissimi..non a caso il numero di docenti uomini aumenta man mano che si arriva all’insegnamento negli istituti secondari e poi a quello universitario) ci sono ragioni sociali: i mestieri legati alla cura, alla casa e all’educazione sono da sempre stati assegnati alle donne.

Cambiare prospettiva serve per mettere in luce la tesi – condivisibile nei contenuti ma retorica nella sostanza- dell’articolo; serve per affermare un punto di vista, per rivendicare diritti e ricordare che se una donna si ritrova a ricoprire una carica pubblica o amministrativa di altissimo livello non è solo perché indossa una “gonnella”.

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