Le (buone) campagne pubblicitarie di prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne

2 Aprile 2015

Violenza di genere,  violenza domestica, femminicidio.

Sono termini – alcuni potrebbero essere definiti neologismi – creati appositamente per dare un nome ad un fenomeno che nell’ultimo decennio ha acquisito una rilevanza sociale emblematica. Mi riferisco ovviamente al problema della violenza contro le donne.

La celebre indagine Istat condotta nel 2006 ha descritto questo fenomeno identificandone gli aspetti che meglio lo qualificano. La violenza di genere è un fenomeno trasversale: le donne uccise per mano di un uomo – compagno, marito, amico – appartengono a tutte le classi sociali. Ciò smentisce il pregiudizio per cui i problemi di violenza siano connessi a questioni quali la povertà, la scarsa cultura, l’assenza di un lavoro etc…

Per la fascia di donne tra i 16 e i 44 anni la violenza di genere è la prima causa di morte (superando di gran lunga le morti dovute a incidenti stradali).

Nel 2013 le donne morte per femminicidio sono state 179, all’incirca una ogni 2 giorni.

Proprio in ragione della pervasività del fenomeno (che non è identificabile in un’area geografica specifica, che non appartiene ad una specifica fascia di popolazione…) nel corso di questi ultimi anni si sono moltiplicate le campagne di sensibilizzazione rispetto alla violenza contro le donne.

Mi sono sempre interrogata sull’utilità o meno di queste campagne pubblicitarie, per questo e per altri tanti problemi sociali e sanitari (ad esempio le campagne di prevenzione al tabagismo). Spesso, guardandole, ho l’impressione che siano funzionali solo a dare al problema in oggetto una visibilità ancora maggiore.

Un po’ come dire: d’accordo, la campagna pubblicitaria mi informa che il fumo fa male e che se smetto è meglio…ma se non ci sono politiche sanitarie adeguate, se lo spot non mi spiega quali passi intraprendere per liberarmi progressivamente dal vizio e se,  a monte, non sono previste misure preventive adeguate messe in atto dai servizi nazionali, l’informazione resta -appunto – solo informazione.

Rilevo lo stesso problema nelle campagne di prevenzione alla violenza contro le donne. Secondo il mio punto di vista, se lo scopo è preventivo devono essere esplicitati nella chiarezza più assoluta i servizi territoriali a cui rivolgersi. Se la campagna è di sensibilizzazione deve, a mio avviso, coinvolgere in maniera attiva lo spettatore-fruitore.

Per questo ho trovato la campagna di Women’s aid, l’associazione inglese che combatte la violenza contro le donne, così importante.

A proposito di questa campagna ha scritto l’Huffington post. Un cartellone pubblicitario che ritrae il viso di una donna tumefatto dai lividi. Una telecamera a riconoscimento facciale puntata verso la strada. Ogni volta che un passante si ferma e fissa il cartellone, la fotocamera riconosce il viso del fruitore e il volto ritratto sul manifesto inizia a guarire; via il sangue, via le ecchimosi, via l’occhio nero.

Il significato è evidente: se si ignora il problema, se si chiudono gli occhi davanti alla violenza, il fenomeno continuerà ad ingigantirsi e per le donne sarà sempre più difficile chiedere aiuto. Se si focalizza l’attenzione su questo fenomeno, invece, le cose possono cambiare. Interessante a questo proposito è anche la strategia di marketing connessa alla campagna di informazione. tutti coloro che si soffermano nell’area antistante al cartellone, infatti, ricevono sul proprio smartphone un messaggio che li ringrazia per non aver chiuso gli occhi davanti al problema della violenza domestica e, parallelamente, li spinge a donare per garantire un servizio migliore alle donne che si rivolgeranno a Women’s aid per chiedere aiuto.

Una campagna pubblicitaria di questo tipo mi sembra assolutamente indicata perché risponde a diverse esigenze:

  • portare attenzione sul fenomeno in oggetto
  • trasformare lo spettatore in fruitore
  • sviluppare azioni di crowdfunding (azione doppiamente importante: spinge le persone a sentirsi parte del problema e a trovare strategie per porre ad esso un freno; inoltre, considerando le ristrettezze economiche in cui spesso i servizi territoriali sono costretti ad operare, fornisce anche un’aiuto concreto all’associazione che si occupa delle vittime).

Non c’è pietismo, non c’è retorica. A quando una campagna di questo tipo anche in Italia?

(qui il link per vedere il video)

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