La pedagogia e il senso del “noi”

6 Gennaio 2016

Qualche riflessione a partire dal volume di Massimo Ammaniti.

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Chi frequenta il mio blog saprà che molti degli articoli che scrivo riguardano i libri che leggo: brevi recensioni si saggi e volumi che trattano di tematiche relative al counselling, agli studi di genere e alla pedagogia allo scopo di divulgarli e consigliare qualche lettura. Avrei voluto fare lo stesso con questo bel saggio di Massimo Ammaniti, tra i più autorevoli psichiatri italiani, ma credo non sia sufficiente. Si tratta di un volume bellissimo che ho divorato in un paio di pomeriggi e che mi ha fatto riflettere molto, soprattutto ha portato con sé molte implicazioni pedagogiche. Il volume affronta il passaggio dall’ “Ego” al “We-go”: intende esplorare, cioè, come si costruisce il senso del noi. Vuole contrastare l’idea secondo la quale si è progressivamente imposto un forte livello di egocentrismo ed individualismo. Per fare ciò prende in esame gli studi all’interno del mondo animale – dove si fa riferimento all’istinto sociale comune  a molte specie animali – per passare ad esaminare gli studi di Freud sul rapporto tra individuo e società. Lo psicoanalista di Vienna ritiene che la psicologia individuale non possa prescindere dallo studio delle relazioni con gli altri e, tanto che l’Io emergerebbe dalle nebbie di quel mare oceanico che caratterizza le origini della vita ed è composto da un senso di unitarietà con gli altri. Quindi

l’esperienza in gruppo riattiva nei suoi membri questi vissuti oceanici di fusione (p.95).

La riflessione di Ammaniti procede poi analizzando alcuni elementi di Psicologia dello Sviluppo. Dagli studi emerge come il neonato sia predisposto alle relazioni sociali, basti pensare alla sua capacità di sintonizzazione (sull’argomento avevo già proposto un articolo).

Gli scambi interpersonali avvengono, nel corso dello sviluppo, inizialmente tramite un contagio, una situazione immediata in cui è difficile cogliere i confini, poi attraverso l’empatia che produce immedesimazione affettiva nell’altro, fino ad arrivare alla mentalizzazione, cioè

l’acquisizione della prospettiva cognitiva dell’altro che ci consente di comprendere quali sono i suoi desideri e le sue intenzioni (p.49)

Altre ricerche citate dal Professore – come ad esempio la scoperta dei neuroni a specchio ad opera dell’Università di Parma – producono altre prove per sostenere la sua tesi. Vi sono molti motivi per  sostenere l’esistenza di questo “senso del noi”. La vita scorre attraverso relazioni e gli studi sull’attaccamento dimostrano come il neonato sia naturalmente propenso alla relazione con il caregiver. 

La lettura del volume ha subito risvegliato il mio animo di pedagogista: se le relazioni sono imprescindibili serve anche un’educazione alle relazioni. Educare alle relazioni diventa un compito imprescindibile per i genitori, la scuola, le agenzie educative. Significa favorire la socializzazione, sensibilizzare i ragazz* alla comunicazione e allo scambio con l’altr* da sé. Questo compito è affidato nella prima fase dello sviluppo ai genitori che hanno il primo compito di educare, ad esempio, all’autoconsapevolezza. Un genitore ha il compito di tradurre le emozioni espresse dal bambin* per educarlo alla loro comprensione. La scuola potrebbe poi andare a rafforzare questo processo favorendo in maniera più stabile il processo di socializzazione, stabilire momenti in cui si entra in contatto con gli altr*.

È seguendo questo tipo di logica che il ruolo di scuola e genitori potrebbe definirsi davvero maturo: i genitori sono i primi responsabili dell’alfabetizzazione emotiva – non solo coloro che provvedono al benessere materiale del bambino – ; la scuola non sarebbe più semplicemente il luogo degli apprendimenti ma una realtà attiva e motivante che insegna, prima ancora dei verbi, delle tabelline,  a collaborare.

Gli interventi pedagogici sul tema del “noi” sono infiniti, estrinsecabili in tutti i contesti formativi, educativi e ri-educativi, spero davvero si possano cominciare a svilupparli!

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