Il lavoro educativo dei genitori e i gruppi su Whatsapp

10 Gennaio 2016

Cari genitori, non trasformatevi in sorveglianti!

Pochi giorni fa sono stata coinvolta da un amico che mi ha chiesto di prender parte ad una conversazione, avviata sul suo profilo Fb, in seguito alla condivisione di un articolo. Si tratta di questo

http://monicadascenzo.blog.ilsole24ore.com/2016/01/06/contro-il-registro-elettronico-e-i-gruppi-whatsapp-dei-genitori/?refresh_ce=1

Si tratta di un articolo, apparso su Il Sole 24 ore, che si scaglia contro l’idea – molto in voga in questo periodo – secondo la quale un genitore deve  sorvegliare costantemente la vita scolastica del proprio figlio/a fino ad arrivare a costituire, ad esempio, gruppi whatsapp per genitori, in cui verificare la presenza di compiti, chiarire come fare gli esercizi assegnati o chiedere la soluzione degli stessi.  L’autrice si scaglia contro questa modalità ribadendo:

  • la necessità per il bambino di essere educato all’assunzione delle proprie responsabilità
  • l’idea secondo la quale il bambino/a deve pur avere una propria liberà (libertà di raccontare se c’è stata una verifica a sorpresa, di raccontare come si è svolta l’interrogazione o la giornata scolastica.

Nella conversazione in cui sono stata coinvolta vi erano alcuni contatti del mio amico che non ritenevano corretta la visione di questo articolo. Secondo alcuni è necessario sorvegliare il proprio figlio/a perché solo in una minima percentuale di casi si è così fortunati da averne uno disposto a fare i compiti da solo, lavorare in autonomia, essere responsabile dei propri successi o fallimenti. Ho risposto – ovviamente in modo molto conciso – alle obiezioni sollevate e dato credo possano essere utili a molti genitori ho pensato di scrivere ciò che penso di questo argomento anche qui.

Certamente, tra i compiti di un genitore vi è quello di osservare e monitorare il percorso scolastico dei figl*. Ho detto però monitorare, non sorvegliare! Da dizionario, sorvegliare significa

Sottoporre a vigilanza per ragioni di pubblica sicurezza e di tutela della legge, per necessità tattiche o per assicurare il regolare svolgimento di un’attività;

Rimanda quindi ad un’idea di costrizione. Sorveglio una situazione che può compromettersi o per ragioni di sicurezza. La sorveglianza rimanda alla necessità di un controllo e quindi, immediatamente, svaluta le capacità di coloro che dovrebbero essere adibiti al compito. “Siccome non sei in grado di fare, devo sorvegliarti”.

Sono dell’opinione perciò che in educazione non si debba sorvegliare. Compito dell’educazione genitoriale è quello di educare i propri bambin* a diventare autonomi. Ciò significa un sacco di cose: essere autonomi nella preparazione della cartella, essere in grado di gestire il diario, essere responsabili dei propri successi (o insuccessi).  Un genitore che si pone questo obiettivo  modula la sua capacità di monitoraggio in base alle conquiste del figli* (per fare un esempio: all’inizio preparerà lui la cartella, attivando il bambin* in modo che acquisisca le regole-base necessarie per svolgere il compito, dopo un po’ chiederà al bambino di iniziare a farlo – mantenendo una supervisione – fino a rendere il piccol* del tutto in gradi di svolgere questo semplice compito ogni sera).

Educare all’autonomia significa inoltre sviluppare un dialogo, elemento alla base dell’educazione. La sorveglianza non educa! Aver stabilito un dialogo con il propri* figli* favorisce alcune dinamiche:

  • un genitore che educa al dialogo permette al bambin* di essere accolt* quando sperimenta un insuccesso. in questo modo non ci sarà motivo, per il piccol*, di nascondersi da esso – anzi! – saprà che ogni volta qualcosa va storto potrà imparare a gestire la frustrazione parlandone coi genitori.
  • il dialogo permette di sviluppare un “forma mentis”. Un bambin* educato a parlare con i genitori lo farà anche quando andrà all’università (la sorveglianza, invece, ai 18 anni si interrompe e senza un dialogo sarà impossibile porsi a sostegno del rendimento scolastico del proprio figli*!)

In sintesi, quindi, credo che un genitore in grado davvero di rispondere a questo compito abbia l’obiettivo di educare, non di sorvegliare! Chiaramente, sorvegliare può sembrare – quando il bimb* è  piccolo – la soluzione più semplice: ci si sostituisce al bambin*, si diventa iperprotettivi…. ma la crescita renderà sempre meno possibile questa modalità operativa.Emergeranno allora le lacune di un’educazione flebile, di un dialogo assente. Chi ne farà le spese saranno in primis i ragazz*, non educati ad essere responsabili di sé, autonomi, in grado di conoscere e gestire la frustrazione, quindi sempre più abbandonati a loro stessi senza la possibilità di chiedere aiuto (dato che nessuno ha insegnato loro come si fa) e di conseguenza  verranno attratti nel vortice anche i genitori,  sempre meno in grado di “avere polso” sui propri figli.

L’educazione è la strada più lunga ma anche quella migliore.

Alessia Dulbecco

www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco

 

(immagine tratta dal web)

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2 responses

  1. bottomat ha detto:

    “L’educazione è la strada più lunga ma anche quella migliore”.
    Condivido completamente. 🙂

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