Il culto del feto

21 Febbraio 2020

La gravidanza e la nascita sono passaggi chiave di tutte le vite, per cui la gestazione, l’educazione prenatale, il parto e il periodo post parto sono argomenti di primaria discussione sia nell’ambio della comunità scientifica sia nella vita di tutti i giorni.

Alessandra Piontelli – psichiatra, neurologa e studiosa dei comportamenti fetali – si concentra nel suo ultimo volume Il culto del feto proprio sullo sviluppo degli embrioni durante i nove mesi di gestazione. Ripercorrendo i cambiamenti sociali che dagli anni 60 ad oggi hanno investito il modo di intendere la gravidanza, l’autrice prova a dare risposta alla tendenza, sempre più radicata, di umanizzare i feti.

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Questa umanizzazione si verifica in modi diversi: modificando le parole (per cui si comincia a chiamare “bambino” il feto o addirittura l’embrione) e modificandone l’immagine, tanto che essi, lungi dall’esser rappresentati realisticamente, iniziano ad assumere le forme di bambini veri e propri. È in particolare la pubblicità ad aver intrapreso questa strada, trasformando il feto in una sorta di “gadget” per sponsorizzare bibite o altri prodotti.

La pubblicità rappresenta forse il punto di arrivo di un percorso che parte da lontano e che coinvolge tanto la comunità scientifica quanto quella culturale e sociale; tanto le future madri quanto le famiglie.

Nell’antichità fare figli era un evento comune, una meta cui le donne erano inevitabilmente portate. Non avere figli era uno stigma, così come averli oltre una certa età. All’epoca, poco o nulla si sapeva del feto e in linea di massima veniva considerato un’appendice del corpo femminile. Fino agli anni 60 e 70 le attenzioni alla gravidanza erano pressoché nulle, si ignoravano i possibili effetti negativi di alcol e sostanze (le donne incinte erano quotidianamente incoraggiate a bere birra o vino, o fumare per rilassarsi un po’). La gravidanza era un fatto circoscritto alla donna, che portava avanti i nove mesi di gestazione senza troppe attenzioni.

Il cambiamento che porta per la prima volta l’attenzione sui feti non è scientifico, bensì culturale. Nel 1965 il fotografo Lennart Nilsson, pubblica sulla rivista Life il reportage “Life before birth”. Il servizio fotografico contiene illustrazioni bellissime di feti che fluttuano in un ambiente in cui le componenti uterine vengono “trasformate” e fatte apparire come ambientazioni scenografiche oniriche. Per realizzare questo servizio il fotografo impiega feti abortiti (anche se per anni affermerà il contrario), che pertanto si possono “ritoccare” mediante effetti luce specifici o addirittura mettere in posa (celebre è il suo scatto del feto col pollice in bocca). Gli scatti di Nilsson generano un cambio di paradigma epocale: “qualsiasi dettaglio che possa ricordare la nostra fisicità in toni meno celestiali e la nostra iniziale dipendenza fisica dalla donna viene cancellato. La donna incinta sparisce e con lei qualsiasi particolare sanguinolento” (p.23). Negli anni 80 la tendenza a diffondere miti sulla vita fetale si esprime nel documentario diretto dal ginecologo Bernard Nathanson, “l’urlo silenzioso”. La pellicola, che si concludeva con immagini sanguinolente di aborti, aveva lo scopo di affermare che a con pubblico inesperto che un aborto precoce equivale ad un infanticidio.

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Negli anni a venire, complici le nuove scoperte nell’ambito delle tecnologie ultrasoniche – dagli anni 90 in poi sempre più accurate – la considerazione del feto raggiunge i massimi livelli. I medici cominciano a considerare il feto, e non la donna incinta, il loro paziente più importante, ed è così che i due soggetti, poco per volta, si trasformano in antagonisti.

In Italia, l’antagonismo appare quanto mai evidente con l’approvazione della legge 194 che garantisce e regola l’accesso all’aborto. Non appena essa viene approvata, infatti, crescono a dismisura le campagne per i diritti del feto, sostenute dalla presenza massiccia di medici obiettori di coscienza nelle corsie degli ospedali che di fatto limitano l’accesso alla pratica.

Le riflessioni di Piontelli non si limitano solo al mondo occidentale ma si focalizzano anche su come altri paesi ed altre culture intendano la gravidanza e quale risalto diano al feto. L’autrice nota che in altri paesi i feti non vengono idolatrati; lì l’interruzione di gravidanza appare un evento triste, ma non si trasforma in un trauma.

Il libro di Piontelli, in cui traspare il suo rigore scientifico e la narrazione propria di una lunga carriera nel campo degli studi prenatali, apre a una riflessione importantissima soprattutto in ambito femminista.

“Fin dalla notte dei tempi le donne e la gravidanza sono state oggetto di innumerevoli superstizioni, limitazioni e controlli, pur essendo al tempo stesso considerate sorgente di vita” (p.40) 

Oggi, il controllo si trasferisce dalla gravidanza al suo contenuto: i feti acquisiscono nuovi diritti e la protezione nei loro confronti deve essere totale. Essi appaiono così come una proprietà sociale, piuttosto che come embrioni all’interno del corpo materno. Ancora una volta, sono le madri e la loro possibile condotta a essere sotto la lente di ingrandimento. Le donne sono sopraffatte da ansie in merito al modo di condurre la gravidanza, e su di loro pensano le aspettative sociali.

I feti – scrive l’autrice – rappresentano la promessa di un futuro senza limiti, non ancora intralciato dalle limitazioni e dalle scelte di vita. Se qualcosa va storto nella loro gestazione, o se nei primi mesi di vita il nascituro sarà irrequieto o mostrerà tare genetiche, la colpa sarà attribuita esclusivamente alla donna.

Nell’epoca in cui la gravidanza non appare più come il destino ineluttabile per le donne, il feto come costrutto sociale diventa uno strumento di controllo da non sottovalutare.

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