I fatti di Sanremo e la dis-educazione 

23 Ottobre 2015

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Le immagini dell’operazione coordinata dalla Procura di Imperia e dalla Guardia di Finanza sono finite su tutti i giornali, su tutte le televisioni e i notiziari nazioali.

La storia è semplice: un’indagine durata un paio d’anni ha condotto all’arresto di trentacinque dipendenti comunali con l’accusa di assenteismo, peculato e truffa ai danni dello Stato. 

Si tratta di un malcostume ma non di una novità per l’Italia, già balzata agli onori delle cronache in svariate occasioni che hanno coinvolto indistintamente regioni del nord e del sud. 

In Liguria i malcostumi politici e sociali sono stati tanti (la storia recente è costellata da comuni commissariati per infiltrazioni mafiose, disastri ferroviari e alluvioni provocati da piani regolatori scellerati, da condoni edilizi improbabili per i quali ancora si attende giustizia..) ma qui c’è qualcosa di più, il fatto indicativo di un fenomeno sociale più ampio. È sintomo di una dis-educazione di fondo. Potrete pensare che la mia sia deformazione professionale: da pedagogista vedo questioni educative ovunque. Magari è così, ma io resto convinta del fatto che ci siano alcune materie, alcune questioni, profondamente inscindibili. Gli aspetti sociali e politici sono inscindibili: tutto ciò che facciamo ha una rilevanza politica e le conseguenze si estendono a livello sociale. Se vogliamo un popolo onesto, la politica non basta: è una questione di educazione.

I 35 impiegati vengono descritti come assolutamente impegnati in un’attività – quella di timbrare il cartellino ed abbandonare il posto di lavoro – che andava avanti da tempo: 

Si comprende come questa importante formalità fosse diventata solo una scocciatura in barba alla correttezza dei dipendenti onesti. Non esiste nemmeno più la percezione del disvalore, non c’è alcuna remora di coscienza». I finanzieri hanno anche filmato dipendenti al bar o in negozio durante l’orario lavorativo e addirittura uno che sta praticando canottaggio 

Temo che ci sia un problema generazionale. La generazione degli attuali 40-55enni è stata educata ad “essere più furba”, a sapersi arrangiare per trarre il meglio da ogni situazione, poco importa dei possibili danni causati agli altri. Per fortuna non tutte le persone sono così ma,credo, bisogna ammettere che a tant* sono state impartite queste regole di comportamento. È la generazione di chi pensa che a prendere in giro l’altro, ma è ben attenta che nessuno possa trattare allo stesso modo loro.

Il problema è proprio quello segnalato dalle parole riportate dall’articolo: non c’è percezione del disvalore, non c’è remora di coscienza. Lo fanno sentendosi più furbi degli altri e, diciamocelo, un po’ più fighi degli sgobboni sempre ligi al dovere, che timbrano e magari si fermano ancora cinque minuti per concludere una pratica.

Sicuramente si potrebbe estendere l’analisi ed osservare come la diseducazione vada sempre a braccetto con malcostumi politici: la maggior parte di quei 35 i,piegati sono persone assunte per favori politici e lo dimostra il numero di cariche o di uffici creati ad hoc per giustificare l’assunzione di nuovo personale (e quindi il danno per la comunità è duplice).

Come si arginano questi fenomeni? certo, con la giustizia e con la certezza della pena, ma se vogliamo puntare più in profondità si può incidere concretamente solo attraverso l’educazione. Educhiamo i nostri figli e le nostre figlie all’onestà, ad essere persone civili.

Se ci si preoccupasse di questi temi come ci si preoccupa dell’improbabile “rischio gender” saremmo sicuramente un popolo migliore.

(Immagine tratta da La Stampa) 

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