Di bellezza e umanità

22 Agosto 2016

Buongiorno a tutt*!

Ricomincio oggi – e spero di poter continuare con regolarità – a produrre qualche articolo per il blog. A partire dalla scorsa primavera, complici diversi nuovi impegni professionali, ho ridotto di molto la scrittura che ho poi definitivamente interrotto nel corso di questi ultimi mesi.

In questi ultimi giorni di agosto mi sono dedicata alla programmazione delle news sulla pagina (il mio obiettivo sarà qullo di darvi il buongiorno con una delle “educationquote”: aforismi, frasi, citazioni sui temi che caratterizzano il mio lavoro, il counselling e la pedagogia) e per questo vi invito a seguirla. La comunicazione sulla pagina infatti è più semplice ed agevole anche per scambi veloci, riflessioni o richieste.

Gli articoli sul blog, invece, avranno – di volta in volta- un contenuto diaristico  o prettamente professionale. Lo scopo sarà, quindi, quello di produrre riflessioni sul mio lavoro allo scopo di coinvolgervi e provare a farvi capire “cosa si cela” dietro la dimensione professionale oppure – sulla base delle vostre richieste – realizzare brevi articoli sugli interventi professionali che svolgo (sostegno alla genitorialità, apprendimenti & DSA, counselling…). Se siete interessat* ad approfondire determinati argomenti vi invito fin da subito a contattarmi 🙂

Oggi vorrei partire da una specie di cortocircuito che mi è balzato in testa l’altro ieri. Stavo guardando su un sito di news alcune notizie, quelle principali, che ruotano attorno a due macro-argomenti: i bombardamenti ad Aleppo e le Olimpiadi. Mi sono messa a leggere, in particolare, qualche notizia in più su Omran, il bambino di cinque anni la cui foto ha letteralmente fatto il giro del mondo dopo essere stato salvato e messo al sicuro su un’ambulanza. Sporco, insanguinato, coperto della polvere dei calcinacci…solo. Uno sguardo che difficilmente scorderò, quello della disperazione inconsapevole.

Poi un’altra notizia mi ha catturato ed è quella relativa a Abbey D’Agostino e Nikki Hamblin le due atlete che cadono rovinosamente durante la batteria dei 5000. Una delle due rovina a terra e fa fatica a rialzarsi, è dolorante, e l’altra – che si era ristabilita con più facilità, decide di aspettarla, aiutarla a rialzarsi e ripartire assieme. Una bella immagine che la dice lunga sulla forza femminile, sul coraggio, sul gioco di squadra e sull’empatia.

Ecco, si tratta di due notizie assolutamente slegate – che ho ascoltato, letto, lasciato sedimentare.

Non so perché – o anzi si, forse lo so – ma ieri mi sono tornate alla mente entrambe le notizie, come un cortocircuito immediato.

Ieri, al lavoro, abbiamo fatto l’accoglienza in emergenza di una donna – straniera, completamente priva di una conoscenza minima di italiano – e la sua bambina di quattro anni. Uno scricciolo con due occhi neri enormi che squadravano me e la collega con enorme sospetto. Per parlare con la mamma ci siamo avvalse di una traduttrice, la bambina ovviamente capiva tutto perché anche lei come la donna parlava solo la sua lingua di origine. Spostarla nella stanza giochi sarebbe stato ancora peggio: la bambina non si è mai staccata dalla gonna della mamma, collocata di sbieco sempre un pochino dietro di lei a far capolino solo coi grandi occhi.

I suoi occhi, la sua espressione triste e distante mi ha ricordato Omran: una disperazione inconsapevole per aver vissuto quattro dei suoi quattro anni nel brutto, nel non amore, segregata insieme alla mamma. I volti nuovi degli ultimi dieci giorni della sua vita, i tanti spostamenti, le tante case cambiate – camere di albergo, di amic*, fino ad approdare alla nostra struttura – devono averla catapultata in un mondo ancora più difficile, più pauroso, sicuramente incomprensibile.

Appena entrate nella nostra struttura le ragazze già presenti si sono prodigate immediatamente: chi cominciava a cercare negli armadi la biancheria per i letti, chi nella dispensa il cibo da dare alla nuova ospite. Una di loro, nordafricana con un’ottima padronanza dell’italiano, mi ha regalato un’immagine bellissima: ha preso la nuova ragazza sotto braccio e l’ha portata in giro per la casa illustrandole tutto, cercando di farsi capire a gesti. Ho ripensato a quella forza delle donne che i notiziari avevano individuato nel gesto delle due atlete e non ho colto molte differenze con il gesto delle due ragazze in struttura: una delle due – quella meno in difficoltà – che aiutava l’altra a rialzarsi e, in  primis, a ritrovare fiducia negli esseri umani.

La bellezza del mio lavoro è nell’umanità che si incontra.

 

(foto: web)

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