Produrre opinioni per costruire ponti

14 Novembre 2015

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I fatti accaduti in queste ultime ora, a Parigi, mi obbligano a fare una riflessione. Una di quelle riflessioni a gamba tesa, che mi procurano solo occhiatacce e grugniti da parte de “la massa” che decide sia cosa buona e giusta esprimere il proprio punto di vista – nella maggior parte dei casi non richiesto – allo scopo di definire chi ha ragione. Ha ragione la Francia a chiudere le frontiere? Hanno ragione le tante persone comuni che si sentono minacciate da altrettante persone comuni, solo con un abbigliamento diverso rispetto al nostro? O forse sono dalla parte della ragione coloro che ritengono gli immigrati, i migranti e tutte le altre persone degne di protezione e assolutamente non complici di questi fatti?  Hanno ragione i giornalisti di Libero a titolare ‘bastardi islamici’?  hanno ragione quelli che postano frasi contro la religione (‘dio non esiste, altrimenti non permetterebbe fatti simili’, le religioni sono il problema…)? 

Chissà, forse non è un caso che oggi sia al Cam, centro uomini maltrattanti di Firenze, a parlare di agiti violenti, di rabbia e di strategie per aiutare, attraverso la relazione di cura, a rendere lecito l’illecito per citare le parole del nostro relatore Mario De Maglie.

In questa prima parte di incontro, terminata da poco, si è discusso di violenza definendola anzitutto un fenomeno complesso: cercare di semplificarla porta ad uno svilimento del problema che non rende giustizia e non è utile ad inquadrarla per comprenderla.

Sicuramente rabbia e violenza collegate (anche da un punto di vista etimologico). Sono i fatti a spiegare questo collegamento: prendiamo i tanti dibattiti presenti oggi in rete sui fatti di Parigi. Ciò che conta è avere ragione, avere l’ultima parola. L’ascolto, il dialogo non sono contemplati. Si parla solo perché la notizia è calda e perché ci sentiamo legittimati ad esprimere il nostro punto di vista. Non ci chiediamo però a cosa serva, in un contesto di emergenza come questo, esprimerlo. È forse funzionale a creare un ponte, un collegamento tra opposte fazioni? O serve solo a me per poter urlare al mondo ‘avete visto! Avevo ragione io ! Sarebbe meglio che le religioni non esistessero! Ma poi, queste fazioni, sono davvero così opposte? A volte sono talmente impegnate ad alzare la voce (per rimarcare il proprio predominio sul contesto) da non accorgersi che non sono poi nemmeno così discordanti, le loro opinioni. 

A volte si tratta solo di accogliere: accogliere la paura, accogliere la rabbia, accogliere quelle emozioni scomode che ci hanno insegnato a non provare o a provarle solo in determinate situazioni, trasformandole magari in motivi di rivalsa sugli altri. Rabbia e paura sono legittime in un contesto come quello di oggi, ognuno però dovrebbe imparare ad esprimerle: senza accuse, senza giudizi, senza stabilire vincitori e vinti, o peggio, assassini o vittime. Se si provasse a giudicare meno, a stabilire diritti e ragioni, ma solo ad ascoltare e accogliere, forse si potrebbe fare un passo avanti. Potremmo rimanere stupiti dalle motivazioni che portano qualcuno a scagliarsi contro ‘gli immigrati’ o contro le religioni, o a scagliarsi contro chi si scaglia contro gli immigrati. Sarebbe bello se riuscissimo a trarre da questi tragici eventi almeno una cosa positiva: imparare ad ascoltarci, a costruire ponti, a non voler avere ragione ad ogni costo. Che tanto, davanti alla tragicità dell’esistenza, aver ragione serve davvero a poco.

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