Nessun paese è un paese per donne

5 Marzo 2015

Non si cena davanti alla tv, dannazione. Non si fa. Soprattutto se non vuoi che alcune notizie ti distruggano uno dei pochi momenti di serenità della giornata. Quel momento bellissimo, fatto di piccoli gesti di condivisione col tuo compagno, quando il giorno si conclude e si fa il punto della situazione mentre si mangia e si ascolta come è andata la giornata.

Invece ieri sera al telegiornale viene mandata in onda la notizia dell’intervista che è stata fatta ad uno degli aguzzini che, nel 2012, seviziò e stuprò una ragazza di 23 anni su un autobus, in India.

Le dichiarazioni sono state raccolte da una giornalista della BBC e saranno incluse in un documentario che verrà trasmesso proprio in occasione della giornata dell’8 marzo.

Questo il passaggio più grave dell’intervista (qui trovate un articolo per approfondire la notizia):

Nel colloquio l’uomo afferma che se Nirbhaya, studentessa di Medicina 23enne, fosse “rimasta calma” accettando di buon grado la violenza del branco, “non sarebbe morta”.

L’uomo ha inoltre dichiarato che una “brava ragazza” non va in giro la sera (ricordiamo che la ragazza stava rientrando a casa, alle 9 di sera, dopo aver assistito alla proiezione di un film in città) e che una donna è sempre più colpevole di un uomo.

In un altro passo si legge

I lavori domestici  ed il mantenimento della casa è quello che spetta alle ragazze, e non andare a zonzo nelle discoteche e nei pub di notte facendo cose sbagliate e vestendo indumenti sbagliati.

Il fatto che più mi rattrista è che le parole dello stupratore hanno scatenato le reazioni del Ministro dell’Interno indiano ma non per la gravità delle affermazioni. Il Ministro intende trovare i responsabili del penitenziario che hanno dato libero accesso alla giornalista e soprattutto capire se la donna avesse i permessi giusti per poter intervistare l’autore di questo ed altri reati sessuali all’interno del carcere.

Chiaramente, diranno gli scettici, le opinioni espresse dall’aggressore vanno contestualizzate: ci troviamo in India, un paese con usi e costumi molto diversi dai nostri. Il problema però è che sono proprio queste le parole che troviamo leggendo su fb qualsiasi commento a corredo di una notizia di stupro o violenze ai danni di una donna. Anche nella “civilissima” Italia si porta prima l’attenzione sulla vittima, si cerca di screditarla. E questo avviene nel confronto vis à vis come in rete.

In tutti i paesi “civili” le donne sono oggetto di violenza (verbale, fisica, psicologica e sessuale). Lo scorso anno Internazionale aveva dedicato a questo tema un intero numero (febbraio 2014, n.1037).

Ancora oggi le principali giustificazioni che si tendono ad attribuire agli aggressori sono legati al tentativo di screditare la vittima (“forse se l’è cercata perché”…. indossava una gonna/aveva bevuto/si trovava in giro da sola/ non aveva un fidanzato etc…). Quando si vuole attaccare una donna si punta a intaccarne la moralità con insulti e allusioni alla sua vita sessuale.

Le parole dello stupratore mi ricordano – tristemente – che l’India non è molto diversa dai civilissimi United States o dall’Italia o da qualsiasi altro paese in cui, nella vita quotidiana, sui social network, nella normale esistenza di tutti i giorni le donne sono umiliate e attaccate semplicemente per la propria appartenenza sessuale. E tristemente realizzo che nessun paese è un paese per donne.

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