Meat Market. Carne femminile sul mercato del capitalismo

12 Dicembre 2014

Nonostante la brevità, si può facilmente affermare che il libro scritto sa Laurie Penny sia un saggio a tinte forti e lo dimostra già a partire dal titolo: meat market. La carne a cui si riferisce è quella del corpo femminile, il mercato è quello capitalistico che – attraverso rituali precisi – lo punisce e lo controlla trasformandolo in un «capitale sessuale e sociale» (p.11).

In sole novanta pagine l’autrice svolge una riflessione critica e spietata delle modalità con cui la società contemporanea distrugge ed annienta la figura femminile. Ciò che il capitalismo contemporaneo salva sono solo alcuni aspetti della donna, quelli maggiormente riferibili alla sua sessualità, ma anche in questo caso lo scopo è unicamente quello di reificarla, svilirla, controllarla e ingabbiarla in una posizione subalterna rispetto a quella maschile.

Penny analizza quattro ambiti in cui l’azione capitalistica sul copro femminile risulta evidente: il sesso, le diete (e quindi i disturbi alimentari), la dimensione del genere e le attività domestiche.

Secondo l’autrice le giovani sono viste – da un punto di vista sessuale –  «come oggetti speciali di pietà e di disprezzo» (p.17). Questa visione è impregnata di un classismo sociale: le foto delle ragazze madri ritraggono quasi sempre giovani donne dall’aria sciatta e trasandata che spingono passeggini in sobborghi squallidi di periferia. Oltre a quest’immagine il corpo femminile ricalca spesso un’antitesi concettuale: l’immaginario del femminile rimanda ad una visione irreale di erotismo e sensualità anche se le donne – da questi piaceri – devono risultare escluse: una donna sessualmente disinibita non esiste poiché in questi casi sarà definita “puttana”.  Ciò che Penny vuole sottolineare, dunque, è il fatto che la società contemporanea divide l’erotismo dalla sensualità poiché «nel corpo erotizzato è la funzione sociale di scambio a predominare» (p.21) e quindi ecco spiegato il motivo della parcellizzazione del corpo femminile nelle scene pornografiche. I pezzi del corpo diventano feticci di una sessualità irraggiungibile. Il capitalismo sociale trasforma tutta la sessualità femminile in lavoro: la prostituzione diviene questione economica.

Non solo si cerca di smembrare il corpo femminile per renderlo meglio corrispondente ad un ideale erotico totalmente maschile ma, dove non vi si riesce, si tenta di obbligarlo a non occupare spazio. Le diete assolvono proprio a questa funzione, i disturbi alimentari sono una perversione di questo obiettivo finale. La giornalista ha le idee chiare: «la paura della carne è la paura del potere delle donne» (p.50).

Se lo scopo del potere capitalistico è quello mercificare e limitare nelle potenzialità la donna, allora anche la distinzione in  generi risponde a questo scopo. Non solo: questo meccanismo è ancora più pervasivo degli altri perché contribuisce a dividere anche la categoria delle donne al loro stesso interno: se la componente femminista ha cercato di mettere in guardia tutte dai rischi degli stereotipi, molte sono ancora le donne a ritenere che «questa politica radicale distruggerà la loro sessualità e la loro identità di genere» (p.56) quando in realtà il genere è solo una costruzione di aspetti sociali imposti. L’odio nei confronti delle trans, secondo Penny, si sviluppa proprio da queste considerazioni:vesse «fanno qualcosa di imperdonabile: si appropriano delle regole del gioco e le rendono esplicite. Mostrano che la femminilità è un modo di essere che si deve acquistare» (p.69).

Da ultimo l’autrice affronta il tema del lavoro domestico osservando come «il rapporto delle donne con il corpo rispecchia il rapporto che hanno con la casa: lavoriamo pagando un costo personale molto alto per indorare le nostre gabbie, mentre il risentimento via via maggiore che proviamo è frenato dalla paura delle conseguenze sociali»(p.72). Il capitalismo contemporaneo, infatti, è riuscito ad inculcarci anche il senso di colpa se non abbiamo una casa pulita ed ordinata. Ci sentiamo in colpa per lo sporco dei pavimenti così come per il grasso del nostro corpo.

È  un saggio lucido e a tratti crudele, quello di Laurie Penny, proprio perché svela con semplicità e profondità di pensiero i meccanismi sottili della coercizione che limita le potenzialità delle donne, quelle potenzialità che ci consentirebbero di essere concepite come soggetti pensanti, sfaccettate e complesse. Gli stereotipi che continuamente subiamo e a volte ci auto imponiamo, invece, ci semplificano, trasformandoci in fotocopie sbiadite di noi stesse, avvilite dall’impossibilità di fare, dall’impossibilità di essere. Ma è anche un saggio coraggioso poiché vuole – nelle sue conclusioni – provare a delineare la strada da percorrere per invertire questa tendenza. E la strada, per la giornalista, è solo una: imparare a dire “no”. «Lo pseudo femminismo contemporaneo è tutto incentrato sul potere di dire “sì”. Sì, vogliamo scarpe, orgasmi e lavori d’ufficio di poca responsabilità. Sì, vogliamo la cioccolata, le coccole e i capelli lisci. Sì, faremo tutto il lavoro sporco che nessuno vuole fare (…) Sì, compreremo tutto quello di cui abbiamo bisogno per essere accettabili ai vostri occhi. “Sì”, la parola della sottomissione la parola della coercizione e della capitolazione» (p.93). L’unico antidoto a tutto questo è dire “no”: «no, non saremo schiave. No, non ci accontenteremo del lavoro sottopagato sporco o non retribuito. No, non rimarremo in ufficio fino a tardi per poi occuparci dei figli e della spesa. (..) No, non saremo belle, non saremo brave. E soprattutto ci rifiutiamo di essere belle e brave» (p.94).

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One response

  1. Paolo ha detto:

    bè una donna che vuole capelli lisci (se non li ha di natura), scarpe e orgasmi non è necessariamente una serva inconsapevole del patriarcato, sono desideri legittimi (ed è legittimo averne anche altri) come voler fare l’ingegnere e questi desideri possono pure co-esistere

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