“Le parole sono importanti”. Stereotipi, linguaggio e omofobia

6 Novembre 2014

Il mese scorso ho partecipato ad un corso di aggiornamento su tematiche LGBT.

Dopo un approfondito excursus del concetto di omosessualità nei secoli si è analizzato il ruolo che rivestono linguaggio e stereotipi al fine di mantenere alto il livello di omofobia all’interno della società contemporanea.

Linguaggio e stereotipi danno vita ad un connubio strettissimo che porta alla nascita dell’hate speech.

Il linguaggio dell’odio è un linguaggio disumanizzante: le parole sono impiegate per ferire l’altro.

“L’altro”, di solito, è colui che non si adegua agli stereotipi socialmente imposti; chi si dichiara omosessuale, ma anche chi presenta delle anomalie nel comportamento: chi, cioè, non aderisce perfettamente agli schemi di azione e di pensiero che il genere di appartenenza vorrebbe imporre.

L’hate speech è usato ad ogni livello e in qualsiasi ambiente con estrema naturalezza: è pervasivo, costante, esplicito nel contenuto ed implicito nel messaggio.

Se è vero, come affermava Wittgenstein, che le parole sono azioni, allora il linguaggio dell’odio produce azioni concrete: svilisce, denigra, reifica la persona.

Se le parole sono pietre, come affermava Carlo Levi allora esse si scagliano contro l’altro allo scopo di ferire, piegare, distruggere.

Gli effetti collaterali di queste parole che sono pietre, di queste parole che sono azioni, sono ben sintetizzate in questo filmato:

Le parole hanno un peso e generano conseguenze. Se si adoperano bisogna prima esserne consapevoli. Altrmenti si finisce per credere a chi dice non c’è nulla di male ad esprimere un’opinione solo un po’ più colorita di tante altre. Nel linguaggio dell’odio non si esprimono opinioni: ci si limita solo a scagliare pietre.

(ringrazio Eleonora Pinzuti – studiosa raffinata e preparatissima – che attraverso le tante suggestioni offerte all’interno del corso ha fatto nascere in me la volontà di scrivere queste poche e semplici righe sull’argomento).

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