La pedagogia e le sfide della contemporaneità

27 Maggio 2015

peda

Come scrivevo ieri, nel post relativo allo scambio di punti di vista avuto con Silvia Ferrari attraverso le domande che le ho posto e le sue interessanti risposte, spesso mi capita di osservare che, quando mi presento  e racconto di essere una pedagogista, spesso le persone rispondono con un certo imbarazzo.

La professione è sicuramente poco riconosciuta ed è velata da alcuni pregiudizi che diventano più forti quando viene messa a confronto con la psicologia. Nell’immaginario comune, infatti, lo psicologo è colui che aiuta le persone a stare meglio, il pedagogista (quando non confuso con il pedagogo ….o addirittura col podologo, come un giorno mi capitò di sentire!) è colui che si occupa di regole, di doveri, colui che impartisce “lezioncine” ai bimbi o ai ragazzini e, a volte, può risultare poco simpatico o addirittura sgradevole, col suo carico di richieste e il suo tentativo di “fare la morale”, un po’ alla Libro Cuore.

In queste ultime settimane mi è capitato di ascoltare in TV e di leggere sui quotidiani notizie di cronaca aventi come soggetto proprio i giovani, in alcuni casi appena adolescenti, spesso oggetto e soggetto di notizie tragiche. Notizie come quella del giovane studente padovano, morto – non si sa ancora in quali circostanze – durante un viaggio di istruzione a Milano. O come quella del  clochard che, qualche mese fa a Nola, è stato assalito e picchiato da un branco composto – stando alle riprese delle videocamere – da ragazzine e ragazzini. O ancora, andando indietro nel tempo, quella della bella Martina, studentessa ventenne morta in circostanze misteriose a Palma di Maiorca. In tutti questi casi gli indagati sono giovani, giovanissimi, che hanno agito da soli o in branco, accusati di aver sfogato la propria rabbia contro qualcun* in quel momento più debole, più indifeso di loro.

E poi quest’ultimo fatto: quello della ragazzina disabile presa a sassate in un parco di Milano da un gruppetto di coetanei, tutti tredicenni.

Quando penso a questi fatti rifletto spesso sul valore del pedagogico nella contemporaneità. Pedagogia non significa impartire regole, non significa (necessariamente) occuparsi di bambin*. Attraverso la pedagogia si affronta l’essenziale, ovvero ciò che attiene alla nostra formazione, al nostro nucleo costitutivo. Ciò che siamo e ciò che vogliamo essere. Il nostro rapporto con le emozioni, con l’affettività, con gli elementi cognitivi. Tutto ciò che riguarda il nostro modo di essere si trasmette attraverso l’educazione – intesa come la “relazione tra due o più soggetti”. Ciò che sono andrà a determinare il mio rapporto con gli altri e di conseguenza, lascerà una traccia nel processo educativo che si andrà ad istituire.

Ogni volta, perciò, mi interrogo – pedagogicamente – sulla formazione di questi giovani e sulla loro educazione. Penso alle occasioni mancate e alle loro conseguenze. Ragazzi e ragazze che picchiano per gioco, incapaci di gestire le emozioni – perché non educati a farlo – cresciuti nella convinzione che nella vita sia meglio essere furbi, che onesti.

Bisognerebbe smettere di pensare alla pedagogia come a qualcosa di superato: il contributo che potrebbe dare in situazioni di questo tipo sarebbe altissimo. Più percorsi di sostegno ai genitori, più lavori di gruppo sulla componente affettiva, nelle scuole come nel contesto privato delle proprie abitazioni domestiche.

Perché la pedagogia non trasmette regole o valori. Semplicemente, aiuta le persone ad essere migliori.

Queste riflessioni sono scaturite attraverso la lettura del seguente articolo:http://www.huffingtonpost.it/deborah-dirani/eccola-qui-la-nostra-meglio-gioventu-i-figli-feroci-che-meritiamo_b_7440836.html

Scrivendo queste poche righe ho pensato ad un verso di una canzone di Colapesce, cantautore siciliano:

Congratulazioni a voi, ma che bel bambino

insegnategli ad essere onesto, che i furbi combinano solo casini

(Colapesce, Maledetti italiani)

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One response

  1. Sara Fabrizi ha detto:

    Sono sempre più convinta che gli aspetti pedagogici vengano fortemente svalutati a causa di una mancanza di autocritica e della consapevolezza che essere aiutati nel mestiere della crescita, personale e di quella dei figli, non è un disonore. C’è sotto una dinamica perversa che vede nell’ammissione di una colpa o di un errore quasi un peccato di lesa maestà, una inammissibile perdita di autorità. C’è tanto lavoro da fare e tanta necessità di mettersi in discussione.

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