Il buon insegnamento evangelico

16 Novembre 2014

Ebbene sì, anche oggi non posso fare a meno di scrivere due righe su una notizia – appena letta  – che mi turba molto.

L’articolo è tratto da Famiglia Cristiana e costituisce una sorta di decalogo, sintetico e completo, per insegnare ai genitori a contrastare e difendersi dai probabili attacchi dell'”indottrinamento del gender”.

Ora siamo tutti d’accordo: Famiglia Cristiana non può considerarsi una rivista particolarmente progressista e per statuto certo non può difendere posizioni gay-friendly. Ma qui, quello che mi fa davvero paura, è l’opera di contrasto aprioristico che si fa non solo nei riguardi dei progetti educativi, accolti e sostenuti dalla scuola, su queste tematiche ma anche di chi li mette in pratica.

In sintesi, ai genitori è richiesto:

– di informarsi bene rispetto al Programma dell’Offerta Formativa proposto dalla scuola  scolastica prima di iscrivere i figli

– di eleggere, come rappresentanti di classe, solo persona con idee simili alle proprie in materia di “questioni di gender” (senza dimenticarsi di sollevare per primi questo argomento di discussione all’interno delle prima riunione dei rappresentanti, per mettere subito sul piatto la propria posizione).

– se la scuola organizza lezioni sulla teoria del gender è necessario farsi inviare la documentazione scientifica a sostegno di questa teoria e confrontarsi con le associazioni dei genitori presenti sul territorio per analizzarla in modo preciso

Fin qui, in fin dei conti, nulla di male. Ogni genitore ha diritto di informarsi su quanto attiene all’educazione dei propri figli. Riguardo al confronto ognuno è libero di rapportarsi con chi meglio crede, in ogni caso se prendiamo per buona la definizione del verbo confrontare (sul vocabolario Treccani on line)

in un dibattito fra due o più oppositori, metterle a confronto per rilevare somiglianze e divergenze, per saggiarne la validità, con il proposito di giungere a un accordo, a una soluzione, o comunque a un risultato positivo

credo abbia poco senso mettere a confronto la propria posizione con un’altra identica. Meglio sarebbe provare ascoltare le ragioni di chi non la pensa allo stesso modo, ma questa è un’altra storia.

La parte interessante dell’articolo la troviamo più o meno a metà, alla voce “cosa fare se la scuola organizza lezioni o interventi sul gender”:

Date l’allarme! Sentite tutti i genitori degli studenti coinvolti e convocate immediatamente una riunione informale, aperta anche agli insegnanti
Chiedete (è un vostro diritto!) di conoscere ogni dettaglio circa chi svolgerà la lezione, che contenuti saranno offerti, quale delibera ha autorizzato tale intervento formativo, quali sono le basi scientifiche che garantiscono tale insegnamento

Qui, a mio avviso, si pongono due generi di problemi: da una parte si chiede ai genitori di “dare l’allarme”, come se le attività proposte dalla scuola fossero al limite (ma, forse già oltre…) della legalità, dall’altro si cerca di trovare possibili punti deboli nel personale coinvolto nelle lezioni. Come diceva Paul Valery “se non puoi demolire un ragionamento, prova a demolire il ragionatore”. Questo significa ovviamente scatenare una probabile “caccia alle streghe” nei confronti dei docenti: più che osservare la veridicità delle teorie si andranno a cercare possibili elementi – del tutto privati e personali – su cui effettuare l’attacco (per esempio: l’orientamento sessuale). Di fronte a tali aspetti, qualsiasi pezza giustificativa si andrà a portare a sostegno dell’iniziativa scolastica, allora, sarà completamente inutile.

Per ultimo, la legge del contrappasso: la scuola vuole in ogni caso portare avanti queste iniziative senza ascoltare le pretese dei genitori che ne richiedono la sospensione? Per “ripicca” i ragazzi verranno esonerati dalle lezioni previste in materia di affettività e sessualità

 inviate una raccomandata al dirigente scolastico (…)  e comunicate che eserciterete il vostro diritto di educare la prole come sancito dall’art. 30 della Costituzione e che pertanto, nelle sole ore in cui si svolgeranno tali lezioni terrete i vostri figli a casa.

Questo atteggiamento rivela chiusura mentale, cecità sociale, oltre che un atteggiamento vagamente passivo aggressivo. Sottraendo i giovani all’occasione di un confronto aperto pacato e razionale con tematiche non facili (che, la maggior parte,  non sarebbe in grado di affrontare da sola) i genitori perdono l’occasione (anziché esercitare il famoso diritto sancito dalla Costituzione) di educare i propri figli e perdono, fra l’altro, l’opportunità di ricevere, indirettamente, una lezione dagli stessi ragazzi.

Personalmente, ho lavorato per anni nell’ambito dell’educazione all’affettività e alla sessualità e, se, all’inizio di ogni incontro, si potevano trovare alcuni ragazzi spaventati dalla possibilità di parlare di queste tematiche, alcuni con pregiudizi molto forti su temi difficili come la violenza sulle donne e l’omofobia, non abbiamo mai incontrato – la mia collega Anna ed io – chiusura o contrasti. Siamo sempre riuscite a creare un clima di dialogo e apertura – dove nessuno voleva cambiare le idee di nessuno – portando nuovi contributi per poter riflettere in modo più preciso sull’argomento. Al termine di ogni incontro trovavamo i ragazzi cambiati, ma in meglio: alcuni continuavano a sostenere le proprie posizioni (ma non più appoggiandosi semplicemente a sterili stereotipi) altri erano molto più “ammorbiditi” e aperti al confronto e al dialogo!

In conclusione, mi chiedo: perché creare allarmismi davanti a parole come “educazione all’affettività”, “omofobia”, “superamento degli stereotipi”, quando le parole da combattere dovrebbero essere “chiusura al confronto”, “pregiudizi”, “stereotipi e linguaggio sessista” e “hate speech”? Aprirsi al dialogo non ha mai avuto conseguenze letali su nessuno, rimanere arroccati su posizioni difficilmente difendibili, sì.

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