“Il bullismo omofobico a scuola”: quando teoria e pratica producono cambiamenti nella weltanschauung contemporanea

12 Novembre 2014

Il volume – curato da Davide Dèttore, professore associato di Psicologia Clinica presso l’Università degli Studi di Firenze e dagli psicologi Jiska Ristori e Paolo Antonelli – vuole lavorare per indebolire le basi che permettono il mantenimento e lo sviluppo del bullismo omofobico, ossia gli stereotipi e i ruoli di genere.

Come si legge nella prefazione, curata dalla Dr.ssa Eleonora Pinzuti, il concetto di genere «ha fortemente inciso nella lettura dei rapporti tra i sessi, modificando le articolazioni con le quali veniva primariamente descritta la soggettività». Se per la tradizione tedesca la formazione, la Bildung, era un atto autotrasformativo attraverso il quale ogni soggetto – impiegando visioni,  contenuti ed esperienze – dà vita alla propria crescita personale, con l’introduzione del concetto di genere si assiste alla creazione di visioni stereotipate che si legano in modo indissolubile alla dimensione sessuale di tipo biologico. L’essere uomo o donna comporta per l’individuo l’adesione incondizionata a precise determinazioni personali e sociali (la mascolinità o la femminilità). La formazione quindi non è più un processo creativo individuale (nel quale docente e discente collaborano e compartecipano alla formazione di soggettività complesse) ma al contrario risulta predeterminato. La supposta naturalità di tale costruzione sociale produce la creazione di un rapporto di forza tra i sessi e la conseguente affermazione del maschile come “sesso forte” e del femminile come “sesso debole”. In questa logica stringente in cui tertium non datur chi non si adegua alle richieste sociali derivanti dalla propria appartenenza sessuale risulta essere de-genere, cioè «fuori dalle norme di genere». Decostruire il genere, quindi, diventa il modo per offrire alle nuove generazioni la possibilità di formarsi liberamente.

Occuparsi di tematiche di genere diventa determinante in una società come la nostra, trabordante di una «cultura omofoba ed eterosessista» (pag.7). Questo ideale culturale ben si sposa con gli stereotipi di genere. Essi «enfatizzano le differenze sessuali costruendo una rappresentazione di maschile e femminile (…) producendo sistemi di credenze inerenti l’identità maschile o femminile, in relazione alle caratteristiche che si ritiene siano ascrivibili al maschile o al femminile» (pag. 279). Gli stereotipi vengono assunti senza alcuna consapevolezza e favoriscono, fin dalla più tenera infanzia (mediante l’uso di giochi, l’ascolto di fiabe, l’utilizzo di determinate forme espressive) l’adesione a determinati modelli considerati naturali (è naturale per un bambino non piangere, essere aggressivo, scegliere di compiere attività e sport che lo porteranno ad essere attivo e dinamico; è naturale per una bambina essere graziosa, piangere, giocare prevalentemente in ambienti domestici con giocattoli che la educheranno a sapersi prendere cura dell’altro…). Per questa ragione è essenziale che l’opera di decostruzione degli stereotipi venga avviata in fretta e soprattutto attraverso il coinvolgimento dell’istituzione scolastica, principale agenzia di socializzazione per i bambini.

Il saggio vuole porsi come «primo manuale italiano di tipo teorico pratico riguardante il bullismo omofobico» (pag.4). proprio la dimensione pratica, a mio parere, costituisce il punto di forza del volume: il saggio infatti fornisce una serie di spunti per lavorare su queste tematiche nella scuola dell’infanzia, nella scuola primaria e secondaria. Nella prima infanzia l’obiettivo è «promuovere una percezione aperta della diversità» (pag. 65) ed è per questo che tutti i laboratori avviati sono stati condotti mediante un «metodo provocativo, proponendo situazioni stimolo in grado di creare “straniamento”» (69). Nella scuola primaria scopo delle attività proposte è stato quello di «riconoscere e resistere agli stereotipi» (pag.104) per prevenire la discriminazione delle persone che non rientrano in tali categorie. Nella scuola secondaria il focus dei lavori si sposta più su un piano critico: «analizzarne in modo critico le origini (…), sensibilizzare alle pari opportunità prevenendo tutte quelle forme di sopraffazione e maschilismo» (pag. 123-124).

Le riflessioni riportate nel saggio – soprattutto quelle ad opera dei bambini della scuola dell’infanzia – dimostrano che lavorare su questi argomenti ripaga: gli sguardi dei piccoli si allargano mentre, di pari passo, gli argini fatti di stereotipi e pregiudizi nei quali (troppo spesso) sono gli adulti di riferimento ad ingabbiarli si sgretolano. Il lavoro riassume l’attività che Ireos, comunità LGBT  nata a Firenze nel 1997, continua a portare avanti con orgoglio e ottimi risultati. Il volume è la dimostrazione dell’importanza di proporre interventi di questo tipo all’interno del tessuto scolastico. Se si vuole costruire una comunità più accogliente, in grado di superare i pregiudizi che nascono quando si rifiuta il contatto autentico con l’altro, la scuola risulta essere il terreno privilegiato da cui partire. Anche per questo è fondamentale non abbassare mai la guardia rispetto a queste tematiche e insistere affinché lo Stato fornisca i finanziamenti necessari per condurre questi progetti. È una battaglia di civiltà, è un atto altamente formativo.

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