“ciò che si fa” vs. “ciò che si è”: nuovi possibili fondamenti per la riqualificazione della professione di educatore

17 Novembre 2014

Quando si parla delle figure professionali che operano all’interno dei centri antiviolenza o delle strutture di aiuto (come ad esempio le comunità educative) si tende sempre a citare le psicologhe, l’assistente sociale, le avvocate, le poliziotte, i* giudic* che hanno il compito di emettere i provvedimenti. Le educatrici, di solito, non vengono nominate. A loro si affidano soltanto compiti pratici e, quindi, poco qualificati. Per questa ragione non vengono citate; è come se venisse loro negato il diritto di prendere parte all’equipe di lavoro che ha lo scopo di progettare, monitorare e seguire nello svolgimento i progetti formativi (o, nel linguaggio dei centri antiviolenza, “le prese in carico”) che si realizzano.

Ho svolto per anni la professione di educatrice (perché spesso il ruolo del pedagogista non viene preso in considerazione, neppure all’interno dei concorsi pubblici): non credo affatto che si meriti di essere svilita anche se  il contesto sociale ci prova in ogni modo (basti pensare che spesso viene “confusa” – per ovvie ragioni economiche – con altre professioni come gli  OSA e gli OSS, o al fatto che non esiste un albo professionale). Vorrei per questo provare a tratteggiare gli elementi che qualificano questa professione, per poterle ridare senso, significato e dignità.

Per fare ciò mi viene in aiuto l’intervento di Silvia Leonelli – ricercatrice in Pedagogia Generale all’Università di Bologna – apparso sul bellissimo saggio curato da Chiara Cretella e Cinzia Venturoli, pubblicato per i tipi di I libri di Emil, intitolato Voci de del verbo violare: analisi e sfide educative contro la violenza di genere. Nel brano l’autrice parte da una considerazione generale: la svalutazione dal punto di vista sociale delle professioni di cura educativa. Tale svalorizzazione si palesa principalmente in due modi: scarsissima retribuzione e nessuna considerazione sul piano professionale. Questo aspetto appare ben evidente nelle riunioni di equipe:

quando nei gruppi di lavoro le psicologhe forniscono un quadro della situazione della donna che subisce violenza e le assistenti sociali ne completano i tratti con informazioni dettagliate, le educatrici possono trovarsi in difficoltà ad affermare il proprio punto di vista (…) quasi che l’interdisciplinarietà del’equipe – prevista a livello legislativo e apprezzata dal punto di vista culturale – venisse poi ritrasformata, nei fatti, in una gerarchia di saperi.

Secondo l’autrice, invece, bisogna porre al centro la ricostruzione della professionalità dell’educatrice e le caratteristiche del suo lavoro. Per fare ciò, Leonelli distingue attività comuni da attività specifiche. Quelle comuni, come la creazione del setting, sono comuni a più figure professionali. Le attività specificatamente educative invece sono inerenti alla costruzione di una relazione di aiuto forte e al sostegno nella ricostruzione, ad opera della donna che ha subito violenze, di un itinerario esistenziale consapevole.

Ravviso, in tutto ciò, molti punti in comune con la figura del pedagogista clinico. Anche questa può considerarsi una professione particolarmente abusata, soprattutto da quei soggetti che hanno cercato di delienearne le basi senza avere competenze epistemologiche né avere conoscenze specifiche in materia di Pedagogia Generale (essendo, la Pedagogia Clinica una Scienza Pedagogica, è impossibile scrivere di essa senza prendere a riferimento i testi e lo sviluppo gnoseologico della scienza di riferimento).

Compito del pedagogista clinico è quello di prendersi cura di un soggetto che versa in una condizione di disagio e sostenerlo nel processo di acquisizione di una nuova consapevolezza circa i processi che sottendono questa sua condizione. Scopo del lavoro clinico è quello di portare il soggetto ad avere cura di sé. Il pedagogista clinico quindi opera sul concetto di resilienza, portando la persona ad avere buone capacità di resiste agli “urti” che la vita necessariamente pone innanzi.

Come dice Leonelli, quelle delle educatrici che lavorano a stretto contatto con le vittime della violenza di genere

sono attività di e-ducazione, che trovano senso nel “tirare fuori” (ex-ducere) dalla donna le sue risorse, nel lasciare segni (in-segnare) per un cambiamento positivo, nell’aiutare a dare forma (formare) al suo progetto di vita.

Il compito dell’educatrice che opera nei centri antiviolenza quindi può essere quello di sostenere la donna in questo processo di cambiamento che la porterà ad aver cura di sé.

Si può ridare senso e dignità alla professione dell’educatore, dal mio punto di vista, solo se si riparte da queste premesse. Solo, cioè, se si scardina questa figura da un insieme di attività pratiche che l'”operatore” (spesso si usa questa parola, per descrivere il lavoro dell’educatore in comunità o nei centri antiviolenza…non credo sia un caso!) deve svolgere (stare accanto alla vittima nella gestione delle attività quotidiane e della sua routine) per andare ad insistere sulla dimensione teorica che sottende questa professione. E la dimensione teorica può essere recuperata all’interno del processo che porta l’educatore (“il professionista dell’educazione”) a individuare le risorse potenziali dell’altra persona affinché esse possano fornire la base sicura dalla quale ripartire per tornare ad aver cura di sé. Fare l’educatore è un compito difficile, molti sono i momenti di complessità che si devono affrontare (dalla gestione di uno scontro tra le ospiti di una comunità di accoglienza alla necessità di rivedere il progetto educativo realizzato per una vittima di violenza): bisogna avere ben chiari i propri confini (per evitare di riportare il dolore altrui nel proprio vissuto personale) senza erigere barriere, ma anzi dimostrandosi sempre accoglienti e in grado di sviluppare un ascolto attivo ed empatico.

A questo proposito credo che ancora sia attuale la lezione di Don Milani:

spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva loro un  metodo, che io precisi i programmi (…).

Sbagliano la domanda: non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per far scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola.

Credo che la differenza tra un operatore e un educatore, quindi, si possa individuare lungo il crinale che separa tra ciò che si fa e ciò che si è.

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