La triste gioventù

5 Giugno 2015

Ogni anno, a giugno, quando incrocio i giovani e gli studenti per le strade della città – con t-shirt colorate e lo sguardo di chi sa che, presto, la tortura della scuola lascerà spazio alle meritate vacanze – mi assale una sorta di nostalgia e subito la mia mente mi riporta agli anni del liceo.

Quando, nel lontano 1999, varcai la soglia del Lliceo Sociopsicopedagogico della mia città sapevo che  – di ritorno a casa – avrei avuto un sacco di Barbie e qualche gioco della Playstation ad aspettarmi per passare il pomeriggio. Se guardo la foto scattata insieme alle mie amiche più care, nel giugno del 2000, rivedo cinque bambine, senza trucco e con magliette oversize dalle fantasie improbabili, sedute sulla scalinata della scuola. Il passaggio all’adolescenza fu graduale e sfumato: non ricordo momenti spiacevoli e, sicuramente, posso dire che la maggioranza delle ragazzine che componevano la mia classe erano esattamente come me: bambine con corpi che lasciavano presagire un’adolescenza incombente, ma pur sempre bambine.

Certo, c’era sicuramente qualcuna più “navigata” delle altre, quella che nella sfera della sessualità era più avanti, quella con la fissa del makeup e quella più modaiola delle altre  … ma non erano circondate da nessuna “aura” magica, né risultavano essere le più invidiate della scuola. Certamente, all’epoca, la parola “baby doccia” non era presente nel vocabolario degl* student* della mia scuola.

In realtà, per quanto mi riguarda, ancora stamattina non sapevo dell’esistenza di questa parola. Se qualcuno mi avesse chiesto il significato, prima di leggere l’articolo de il fatto quotidiano, non avrei saputo rispondere.

Non conoscevo questa nuova tendenza che consiste nel fare sesso una volta al giorno (una, come le volte in un giorno in cui ci si lava) nei bagni della scuola.

Il fenomeno era emerso già a Milano, e scoperto dall’equipe del professor Luca Bernardo, direttore del reparto di pediatria dell’ospedale Fatebenefratelli. È stato lui a parlare per primo di questa nuova tendenza tra ragazzine di 14 e 15 anni, che frequentano perlopiù scuole private: “Abbiamo individuato per ora otto ragazze ma ci risulta che il fenomeno sia molto più esteso. I maschietti–clienti vengono scelti in base a ciò che possono dare in cambio”. Ma come tutte le mode, anche questa è stata poi reinterpretata: nel centralissimo ginnasio del capoluogo partenopeo non si fa più sesso per soldi o per regali, ma – come ci spiegano le ragazze – “solo per il piacere di farlo, per scoprire cosa si prova”. E perché altrimenti si finisce fuori dal giro che conta.

Il meccanismo è semplice, è spietato: si riceve un messaggio in chat, “SSS” si risponde e si fissa l’incontro. Inizialmente lo si fa perché bisogna liberarsi della verginità, per essere considerate dal “giro giusto”. Poi lo si fa per soldi, o per ricompense (ed io – nella mia realtà provinciale – mi ero fermata a questa modalità, seppur ugualmente aberrante). ma adesso si va oltre: le ragazzine lo fanno per il piacere di farlo, piacere che nulla ha a che vedere con il godimento.

Leggendo le interviste – raccolte poi nel documentario “sex and the teens” mandato in onda su Sky qualche giorno fa – mi sono fatta un’idea di una gioventù molto triste, che ha inconsapevolmente bruciato le tappe, che si è ritrovata al centro di scandali che si sarebbero potuti prevenire. Penso alla ragazzina che manda il video hard al fidanzatino ma che, una volta finita la loro relazione, finisce su internet. Penso ai tanti che la insultano (perché lui  è quello che ha reso pubblico un pezzo della loro intimità, ma la “troia” è lei) e penso alla sua impossibilità di uscire dal copione (in linguaggio AT) racchiusa nelle foto ammiccanti e nell’atteggiamento di donna vissuta che continua a mantenere.

Leggendo queste interviste mi pongo molti interrogativi, essenzialmente di tipo pedagogico. Penso che ci sia molta omertà a scuola. L’omertà è il problema peggiore: è quello che costringe l’istituto a non applicare programmi adeguati di educazione all’affettività e alla sessualità un po’ per non contrastare con le richieste dei poteri forti della chiesa, un po’ per liberarsi da eventuali richieste di aiuto da parte di giovani e famiglie. Fingere che tutto vada bene, che non ci siano problemi, che nulla di strano accada nel cambio d’ora o durante l’intervallo. Dico “fingere” perché non credo che tutti gl* studenti siano spie del KGB che agiscono in modo pulito, rapido e senza destare sospetti. Dico “fingere” perché credo che anche le famiglie siano un po’ colpevoli: magari non vedono, magari si voltano dall’altra parte..per paura, per senso di inadeguatezza, per timore di scandali sociali, perché fanno fatica a chiedere aiuto.

Così facendo, però, abdicano al loro ruolo genitoriale e lasciano i figli in una condizione di difficoltà, in bilico tra il chiedere aiuto e la necessità di cavarsela da sé.

“Tutti quanti, soprattutto i genitori, sono convinti che questi aspetti legati al sesso o non esistano proprio o comunque non riguardino loro e i loro figli. Ma secondo me dovrebbero rendersi un po’ più consapevoli di quello che succede. E parlarne. A me per esempio avrebbe fatto piacere confrontarmi con mia madre. Prima dicevo: non ne parlerei mai. Ma ora penso: forse avrei dovuto confidarmi, mi avrebbe potuto dare un consiglio. Serve il parere di una persona esterna, esterna nel senso che non fa parte del tuo giro, che non ti spinge a fare certe cose. Ti può aiutare a capire che non sono cose normali”.

C’è grande onestà nelle parole di Nina: i genitori devono smetterla di avere paura di ricoprire questo ruolo e devono essere presenti, se vogliono che certi potenziali pericoli siano abbattuti prima ancora di risultare un problema. La nostra non è una società pedagogicamente orientata, ma può diventarlo grazie a percorsi educativi, a nuove forme di sostegno in grado di colmare le mancanze (di tutti: genitori ed insegnanti) in materia di affettività e sessualità. Ci sono professionisti stimati in grado di fare ciò: basterebbe concedergli di fare il loro lavoro, in un clima di alleanza e vicinanza reciproche.

perché, parafrasando una frase di Dostoevskij bisogna rendersi degni di svolgere mestieri (penso all’insegnante, all’educatore e – non da ultimo – al genitore) delicati ed importantissimi.

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2 responses

  1. IDA ha detto:

    Tutti gli anni, quando si arriva in questa stagione, i giornali pullulano di articoli sul comportamento sessuale delle “ragazze” adolescenti. Quello da censurare e biasimare è sempre il comportamento delle ragazze, cosa fa il maschio italico adolescente, non pervenuto. Già non ricordo più quello dell’anno scorso, sempre un liceo, sempre Milano, sempre l’allarme lanciato da un noto luminare delle scienze sociali e no. Da notare anche in questo caso sono solo opinioni personali passate per elementi scientifici.. non viene mai citato nessun dato scientifico. Tutto questo poi a settembre sparisce, ma prima di allora avremmo da sentire il sociologo, lo psicologi, l’antropologo che avranno da illuminarci su quale triste destino ci aspetta, tutta colpa delle frivole e superficiali femminine.
    Io appartengo alla generazione, “porci con le ali” dal noto libro, se non ricordo male estate 1979, l’anno prima eravamo tutte lesbiche, l’anno successivo tutte drogate.
    Questo mio intervento, non è una critica al tuo post, che è ben fatto, ma a quella tendenza di dare certe notizie sul comportamento sessuale delle adolescenti. generalizzando e basati su allarmismi e clamore, che contribuiscono a creare quell’omertà di cui parli. Contribuiscono a creare una falsa immagine delle adolescenti. Io ricordo quando i miei figli andavano a scuola, proposi al consiglio di classe, due progetti, uno sull’educazione sessuale e l’altro sulla contraccezione, la preside mi rispose che i ragazzi di oggi ne sanno più di noi. Ma i dati ci dicono che non è vero.
    http://www.lastampa.it/2014/05/29/scienza/benessere/lifestyle/il-nuovo-contraccettivo-la-coca-cola-jrDJht5RB3bQJefuOsTwWI/pagina.html

    1. alessiadulbecco ha detto:

      Cara Ida, il punto è proprio quello che sottolinei nell’ultima parte del tuo post. Quando si propongono interventi -reali, concreti- la scuola glissa (“gli alunni ne sanno più di noi”) e i genitori sono assenti, se non palesemente contrari (“l’educazione sessuale/affettiva spetta a noi”… Peccato che poi non facciano nulla).
      Ile mie considerazioni non vogliono di certo stigmatizzare i comportamenti sessuali femminili o maschili de* giovan* adolescenti italiani. Il problema è che lavorando nelle scuole mi è capitato di vedere di tutto (dal filmato finito nelle mani di mezza città – una cittadina di provincia – al sesso nei bagni). Quello che volevo sottolineare è la tristezza di un comportamento al quale si accondiscende nemmeno per senso del piacere ma soltanto per restare nel giro di chi “conta”. I miei interrogativi sono, come dicevo, pedagogici: che immagine hanno di sé i giovan*? Qual è il loro rapporto con l’intimità?
      In questo caso l’aspetto sociale mi interessa meno (anche se è palese il fatto che dietro questi articoli e questi documentari si celi un tentativo manco troppo nascosto di stigmatizzare le giovani)… Quello che mi interessa maggiormente è la riflessione sul senso del privato, sul concetto di piacere che quest* ragazz* potranno avere..
      Ra leggo con interesse il tuo articolo linkato! ..e grazie come sempre per lo scambio!

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