La società che condanna e contestualizza.

16 Febbraio 2016

Che differenza c’è tra una maestra che picchia un bambino e un professore che umilia un adolescente? Perché siamo pronti a condannare apertamente un comportamento e a contestualizzare l’altro? Davvero crediamo ancora che le botte siano più gravi della violenza psicologica?

 

Il mese di febbraio è stato al centro delle cronache per numerosi casi di maltrattamento. A Pisa, in una scuola materna, a Cagliari, in un centro che avrebbe dovuto garantire protezione e sicurezza ai suoi ospiti, persone con disabilità più o meno grave. E poi ancora in provincia di Modena… e forse altri casi che ora dimentico.

Si tratta di fatti così gravi che hanno messo d’accordo l’intera  opinione pubblica. Sui social si sono letti commenti di ogni tipo, anche una fantomatica caccia alle streghe. Tutti dovevano sapere che faccia avessero le maestre, o gli operatori, per scatenare una sorta di vendetta sociale, una gogna mediatica utile a rimarcare i confini: i cattivi hanno una faccia e un volto, e sono loro, noi siamo tutt* gli altri. Irreprensibili, che mai sarebbero in grado di compiere queste azioni semplicemente perché “gli esseri umani non le fanno”. Ovviamente nessun cenno alla professionalità, al fatto che per svolgere questi lavori – generalmente socialmente poco considerati e poco pagati – serve una professionalità alta. Perché non è affatto vero che le persone sono buone a prescidenere. Lavorare con la disabilità, lavorare con gli anziani, i bambini (magari con qualche disturbo di iperattività) o gli adolescenti (magari quelli con un bel disturbo oppositivo propovatorio)  sono professioni logoranti. Gli operatori sono a rischio burn out e, soprattutto quelli assunti in circuiti che non li valorizzano perché “tanto devi stare solo dietro al disabile perché non si faccia male” non sanno quanta fatica, quanto studio e quante ore di formazione richiedono queste professioni.

Mi ha intristito molto, oggi, leggere una notizia su un quotidiano locale. Riguarda la mia piccola città di provincia, Imperia. In una scuola superiore scatta un diverbio tra un insegnante e un alunn*, tutto è riportato da una registrazione. L’insegnante umilia il ragazz*, lo insulta, lo caccia dall’aula facendogli raccogliere le sue cose e, nel frattempo, gli rivolge bestemmie.Mi ha fatto tristezza leggere i commenti alla notizia: secondo tutte le persone che hanno espresso un’opinione i fatti sono da contestualizzare. “Come mai il prof. ha reagito così? come si comporta il ragazzo? Certo…oggi ormai non c’è più rispetto e i giovani sono tutti maleducati.”

Quello che mi preme sottolineare è che forse non c’è molta differenza tra questo prof e le maestre mandate alla gogna: loro, forti, picchiavano bimbetti di 3 anni. il professore, in un altro tipo di dinamica (un giovane adolescente non si può di certo prendere a scapaccioni pensando che poi non parlerà con nessuno!). Ma si tratta comunque di un comportamento violento e non professionale. Una maestra non sttrattona un bimb*, un prof. non deve insultare un ragazz*. Il parallelismo è semplice. Sono entrambi modi – uno fisico, l’altro verbale – di scaricare addosso all’alliev* la propria rabbia, la propria insoddisfazione..le proprie incapacità. Non si tratta di essere buoni o cattivi a prescindere. Si tratta di FAR BENE il PROPRIO LAVORO. E per farlo bene si studia, ma non, non le discipline che si andranno poi ad insegnare! Si deve essere pedagogicamente formati. Che ideale educativo hanno gli operatori che picchiano un ragazzo con disabilità psichica? e un prof che umilia, e violenta verbalmente un ragazzo? Forse cambiano gli effetti: un bambino di quattro anni non ha gli strumenti per comprendere perché un luogo sicuro si sia trasformato in un posto che fa paura e come gli studi dimostrano un bambino picchiato è sempre un bambino abusato.

Mi piacerebbe, quindi, che le persone ragionassero un po’ prima di esprimere pareri – rabbiosi in un caso, da”contestualizzare” in un altro – e si focalizzassero maggiormente sulle professioni, sulle competenze, piuttosto che sulla naturale propensione a fare del bene “perché i bambini non si toccano”.  Spesso dietro la denuncia palese di certi comportamenti inaccettabili c’è solo il desiderio di prenderne le distanze, come a dire “a me non capiterebbe mai”. Quando invece i fatti si collocano in quella “zona grigia” (a quanti genitori gli insulti di quel prof ricorderanno certe liti avute con i fig*?) allora si tratta di elementi da contestualizzare. Dietro la contestualizzazione, però c’è solo tanta paura. Paura che quei fatti possano accadere anche a noi, e quindi non , non possiamo biasimarli troppo.

Maestr*, professor*, educator*, operator*: l’unico spartiacque è la competenza. Sono felice pertanto di far parte di App – Associazioni Professioni Pedagogiche – che in seguito ai fatti indicati in apertura ha voluto esprimere un parere professionale: L’EDUCAZIONE NON SI IMPROVVISA!

Qui potete leggere il testo integrale del comunicato.

 

Alessia Dulbecco

Puoi seguirmi su  facebook: www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco

 

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