L’Italia non ha ancora fatto i conti con la violenza del suo passato coloniale

8 Luglio 2020

In queste ultime settimane si è riacceso il dibattito nei confronti della statua dedicata a Indro Montanelli, celebre firma del Corriere della Sera e fondatore de Il Giornale, presente all’interno dei giardini di Porta Venezia, a Milano.

Alcuni attivist* l’hanno imbrattata di vernice rossa, mentre sul basamento hanno riportato le parole “razzista” e “stupratore”. Al centro della polemica, ancora, le affermazioni fatte dal giornalista stesso, in più occasioni, quando raccontava, non senza una punta di orgoglio, di aver aderito alle usanze abissine comprando e tenendo in «leasing» (parole sue) una bambina di quattordici anni – anche se nella celebre intervista del 1972, a L’ora della verità, gliene attribuisce dodici – «intatta, per ragioni sanitarie» di cui avrebbe goduto durante la sua permanenza africana.

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tratta da Milano Today

Non si tratta della prima volta che l’opera viene imbrattata: nel marzo dello scorso anno la statua ha subito un trattamento molto simile per mano del movimento Non Una di meno che l’ha sporcata di vernice lavabile rosa.

Il gesto delle attiviste sottolineava che quello che molti consideravano “un grande giornalista” si era in realtà macchiato di stupro. Anche in quel caso, molti agirono una vera e propria levata di scudi in suo favore. Tutt* i sostenitori di Montanelli (nella stragrande maggioranza dei casi uomini bianchi di una certa fascia d’età) invitavano a contestualizzare le sue azioni, collocandole in una situazione precisa (quella africana, in cui usi e costumi erano lontani dai nostri) e in uno specifico momento storico (gli anni ’30). A ben vedere, è la medesima giustificazione fornita dal giornalista, quando, incalzato da Elvira Banotti nel programma sopraccitato, cerca più volte di motivare le proprie azioni ricordando che quelle erano le usanze del luogo e del periodo.

Se ci fermassimo a questa lettura, probabilmente le posizioni di chi è convint* che la statua sia da mantenere al proprio posto sarebbero quasi comprensibili.

La contestazione di queste ultime settimane, però, si inscrive in quelle del movimento di protesta antirazzista, nato oltreoceano, che sta cercando di dirci che, ad oggi, la storia è stata scritta solo da un punto di vista: quello dei colonizzatori, maschi, bianchi, potenti.

Il movimento BlackLivesMatter ha contribuito ad ampliare il discorso costringendoci a guardare anche in casa nostra e a fare i conti con i fatti accaduti nella nostra storia recente. Per quanto espresso con le medesime parole, c’è una differenza tra il moto di indignazione nato in seguito al gesto delle femministe e quello a cui assistiamo oggi. Le posizioni dei giornalisti e dei tanti intellettuali che in questi giorni si sono espressi sulla vicenda non proteggono solo la memoria di Montanelli, ma, se teniamo di conto il “contesto” tanto citato da chi difende la statua, difendono anche il nostro passato coloniale.

Ne è un esempio l’intervista, riportata ieri da Milano today, in cui l’ex sindaco della città giustifica le azioni di Montanelli in questo modo:

“un giovane ufficiale di 25 anni, in una guerra coloniale, aveva due alternative: o lo stupro o la prostituzione, oppure quello che ha fatto lui”.

Come fa presente Volpato, la storia italiana è intrisa di colonialismo e patriarcato e, nonostante i decenni trascorsi, non è stata compiuto una autentico lavoro di riconoscimento, in grado di mostrarci anche i lati più bui della nostra storia recente.

In “La violenza contro le donne nelle colonie italiane”, Volpato scrive:

“Lo studio delle carte conservate negli archivi di stato italiani, rese disponibili dopo molte resistenze solo negli ultimi anni, ha permesso di documentare “stragi e infamie, oppressioni e rapine, deportazioni e violenze di ogni genere” (Del Boca, 1992). Secondo Labanca, gli italiani si sono macchiati di molti crimini di guerra e di “genocidio” in almeno due casi: il trattamento inflitto alle popolazioni cirenaiche e la repressione della resistenza etiopica.”

La docente di psicologia sociale, nel volume “Deumanizzazione” ricorda che la violenza si legittima attraverso il rafforzamento empatico nei confronti del carnefice e colpevolizzando le vittime. Non è un caso che Montanelli abbia raccontato la sua vicenda con Destà, la ragazzina comprata per 350 lire, usando toni eufemistici che minimizzano l’accaduto, rappresentando la bambina come un essere inferiore

«faticai molto a superare il suo odore» e ancora «arrivava portando sulla testa una cesta di biancheria pulita, faceva il suo “servizio” e spariva per altri quindici o venti giorni»

Ad oggi, sembra che le posizioni di chi ancora difende il giornalista rappresentino in realtà uno scudo per evitare di mettere in discussione la nostra storia recente. E, dato che le argomentazioni appaiono a dir poco scarse, molti hanno cercato di sviare l’attenzione dal vero problema. Ad esempio, hanno provato a definire le proteste come una sorta di “ondata iconoclasta”, interessata solo a vandalizzare. In realtà, i movimenti non hanno minimamente intaccato le opere di pregio. Nonostante sia uno pseudo argomento molto in voga («Allora abbattiamo la colonna di Traiano?») nessun* ha cercato di abbattere la Colonna, il Colosseo o l’Arco di Tito, anche se sono il prodotto di un’epoca storica dove il commercio e la violenza sugli esseri umani era permessa.

Ad essere state prese di mira non sono opere d’arte più che canonizzate, ma solo dei mediocri simboli di quel potere – tenuto saldamente nelle mani di uomini, bianchi e colonizzatori – che forse, dopo decenni, merita di essere posto in discussione e non più di essere contestualizzato. Attaccare il simulacro non significa mettere in discussione il prodotto intellettuale: contestare il monumento di Montanelli, o di Colombo o di Rimbaud (se mai ve ne fosse uno del celebre poeta, nelle nostre città) non vuol dire mettere al bando le loro opere o azioni, ma chiedere che esse vengano lette secondo la giusta prospettiva – storica ed etica – esattamente come ancora oggi, a scuola, i libri di storia riportano parti di testi certamente considerati scomodi (dalle leggi razziali al Mein Kampf) per rigore storico, non certo come elogio o riconoscimento ai loro autori.

Ci sono state altre incredibili polemiche, pronunciate da uomini di cultura, che non meritano neanche una risposta, come quella secondo cui lo stupro stesso metterebbe Montanelli nella posizione di non essere razzista, altrimenti non si sarebbe congiunto carnalmente con una giovane donna nera. Dubito che chi ha pronunciato questa affermazione ignori ciò che è accaduto nelle nostre colonie.

Citando nuovamente Volpato:

« (…) altri esempi [delle rappresaglie nei confronti della popolazione] si possono trarre da un saggio di Dominioni (2006, pag. 20), in cui l’autore, descrivendo le operazioni di grande polizia coloniale, condotte in Etiopia tra il 1936 e il 1940, cita, oltre agli incendi di villaggi e raccolti, ai sequestri di bestiame, alle molte esecuzioni, le “innumerevoli violenze contro gli abitanti, in modo particolare le donne”.

Lo stupro inteso come arma di guerra è un fatto noto, il cui obiettivo consiste proprio nell’assoggettare gli sconfitti e non ha nulla a che vedere con l’attrazione o il desiderio sessuale. Affermare, su queste basi, che Montanelli non fosse razzista, equivale a credere che le SS non fossero poi così antisemite considerando l’uso massiccio che fecero delle Joy division, le baracche in cui rinchiudevano e stupravano le ragazze ebree più belle.

Tutte queste polemiche, se lette al di là del loro contenuto, tradiscono ancora una volta l’unico motivo della loro esistenza: il timore di mettere mano alla nostra storia e alle sue radici coloniali e il pesante velo di omertà che ha caratterizzato la narrazione di quei fatti storici fino ad oggi.

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tratta da Il fatto quotidiano

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