26 novembre

26 Novembre 2014

26 novembre.

E’ passata un’altra giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Un sacco di iniziative: conferenze, spettacoli teatrali, letture di brani, fontane delle piazze cittadine tinte di arancione. Tutto per cercare di richiamare l’attenzione, tutto per cercare di pulirsi la coscienza. Eh si, sono sempre più convinta che – soprattutto in certe realtà – l’attenzione che si cerca di dare a questo problema sia direttamente proporzionale alla necessità di sgravare la la coscienza collettiva (di una città, di una amministrazione politica, di un territorio)  dal silenzio (quando va bene) o dalla confusione semantica  (quando va male…e di solito va male) che regna su ciò che è rubricabile alla voce “violenza di genere” nei restanti 364 giorni dell’anno.

Il problema è che non riusciamo a toglierci quello sguardo a metà tra il retorico e l’accusatorio.

La notizia di Cristoforetti, prima italiana nello spazio, viene accolta con messaggi pieni di orgoglio retorico («Tutta l’Italia guarda al volo di Samantha con felicità e trepidazione. Orgogliosi della prima italiana nello spazio!» il tweet di Renzi)  o con commenti svilenti (“serviva qualcuno che stirasse le camicie”, una delle tante frasi apparse su Facebook).

Se questo è possibile è perché manca una autentica educazione sentimentale, come dice Manuela Mimosa Ravasio nel bell‘articolo nel quale critica il “Buongiorno” quotidiano di Gramellini.

E allora è normale che la notizia della giovane stuprata in discoteca durante la festa dei suoi 18 anni sia commentata con frasi del tipo:

a 18 anni lo stupro lo si vuole. sei stata bene?

la ragazza è stata superficiale..

ma quale stuprata..ha fatto la troia è che è!

Non so se mi dia più fastidio il fatto che questi giudici duri e puri siano – in molti casi – donne che giudicano con un’efferatezza senza limiti  altrettante ragazze che (in un universo manco troppo parallelo) potrebbero essere loro amiche o sorelle o il fatto che del violentatore non rimanga traccia. Hai bevuto, te la sei cercata. Non conta il gesto violento di chi ti ha messo le mani addosso, se tu non avessi bevuto avresti avuto la possibilità di sfuggire all’aggressione. Perché è questo che ancora insegniamo: educhiamo le bambine ad evitare la violenza, anziché insegnare al bambino a non agire comportamenti violenti.

Se lo sguardo è a metà tra il retorico e l’accusatorio la lingua è quasi sempre affastellata da espressioni non pertinenti, sbagliate: e quindi via con titoli di giornali che parlano di “lite per gelosia”, di “omicidio per troppo amore”, di “omicidi passionali” a giustificare un atto ingiustificabile, che se fosse definito solo “omicidio” non avrebbe attenuanti e sarebbe visto nella sua completa interezza, nella sua realtà aberrante.

Finché non sarà possibile educare alle differenze di genere, finché l’educazione all’affettività non rientrerà per legge nei POF di tutti gli istituti scolastici (anziché essere lasciata al “buon cuore” di insegnanti volenterosi e all’ingegno degli operatori di associazioni sottopagati e spesso mal visti dagli integralisti che non accettano che si parli di sessualità a scuola) continueremo a trovare, accanto alle notizie di stupri e violenze commenti simili a quelli sopra riportati. Continueremo a trovare titoli di giornali che svalutano un omicidio fornendogli l’attenuante della passione. E pochi avranno la forza di controbattere. La maggior parte continuerà a commentare con un facilissimo “se l’è cercata”. E, temo, saranno gli stessi che nel giorno dedicato a ricordare la violenza contro le donne riempiranno la propria pagina facebook con frasi fatte e pensierini gentili. Perché “la donna non si tocca neanche con un fiore”, ma solo il 25 novembre.

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