25 novembre, nuove immagini per una nuova sensibilità

14 Novembre 2014

Si sta per avvicinare un altro 25 novembre,  designato dall’Assembrea Generale delle Nazioni Unite come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ogni anno si moltiplicano le attività di sensibilizzazione, proposte da Enti pubblici, associazioni e chi più ne ha più ne metta.

Un paio di considerazioni rispetto a tutto ciò: credo sia fondamentale che si continui a tenere alta l’attenzione su questo tema, soprattutto se è ancora possibile leggere – sui quotidiani – articoli di questo tipo

Sensibilizzare, però, non basta: a monte serve un lavoro sul linguaggio, una nuova consapevolezza nell’uso di parole ed immagini.

Se vogliamo che le campagne di sensibilizzazione parlino davvero della necessità di contrastare la violenza di genere bisognerà prima lavorare sull’immaginario.

Le pubblicità progresso parlano, infatti, lo stesso linguaggio stereotipato che – in teoria – dovrebbero contrastare

L’immagine di una donna picchiata non basta a parlare di violenza. La maggior parte delle violenze subite, infatti, sono di natura psicologica (secondo i dati Istat del 2006 il fenomeno ha riguardato più di 7milioni di donne). Viene così enfatizzato solo un aspetto della violenza di genere, e non quello predominante.

Se la donna non è rappresentata con lividi e collari ortopedici, allora campeggerà nelle pubblicità 6X3 nell’atto di difendersi – rannicchiata in un angolino della “grande tela”  – magari un po’ svestita, parando davanti a se le mani come per tenere lontano qualcuno. Lo stereotipo della donna debole, fragile, passiva si ripete biecamente.

E’ essenziale perciò riflettere sul contenuto simbolico delle immagini perché non basta una buona azione (“realizzo una campagna pubblicitaria su questo tema”)  a far passare un buon messaggio (“il mio prodotto è funzionale all’abbattimento di determinati stereotipi che sottendono una cultura che pone la donna in una condizione di subalternità”).

Il 25 novembre rappresenta una buona occasione perché l’attenzione su questa tematica è altissima, sprecarla con l’uso di pubblicità che non raggiungono il target desiderato diventa una sorta di autogol.

Peggio della “pubblicità progresso” è riuscita  solo Colonuda: il marchio di abbigliamento trendy ha proposto nel 2013 una campagna pubblicitaria in cui la Tatangelo, volto del brand, posa – in un atteggiamento un po’ (poco) vittima, un po’ (tanto) sexy (non a caso la camicia è quasi completamente sbottonata) – con una coroncina da principessa sul capo, una lacrima nera disegnata sotto il suo occhio, truccato pesantemente e dietro di lei l’imprenditore che con uno sguardo un po’ annichilito, protende verso il fruitore la sua mano sulla quale si può leggere la scritta “basta”. Una pubblicità di questo tipo è il modo migliore per riproporre stereotipi triti e ritriti (la donna vista come una principessina, che non può far altro che piagnucolare), l’uomo che non fa nulla se non proferire un laconico “basta”.

Ecco, forse, “basta” lo diciamo noi.

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2 responses

  1. Ma Bohème ha detto:

    Hai ragione, il linguaggio delle immagini segue degli stereotipi e non solo in questo caso; penso tuttavia che molti abbiano ancora bisogno di “vedere”, purtroppo. Non credo nell’utilità di queste giornate “dedicate a”, ne ho scritto recentemente in riferimento ad altro avvenimento: sono spesso una parentesi tra un precedente nulla e un successivo vuoto. Serve la concretezza della continuità.
    Buon weekend a te 🙂
    Primula

    1. alessiadulbecco ha detto:

      Ciao Primula,
      sono d’accordo, serve la continuità e la concretezza. Certamente vedere gli aspetti più fisici della violenza di genere può aiutare a visualizzare il fenomeno e a coglierlo (soprattutto nelle sua dimensione agita).
      Rispetto alla necessità di fornire questo messaggio però ti riporto la mia esperienza di operatrice in un centro antiviolenza: molte delle donne che ho avuto modo di conoscere, donne che subivano sistematicamente violenza fisica e che spesso si recavano in ospedale per ricevere cure mediche (mentendo sulle ragioni dei lividi…) mi raccontavano di essersi sentite, di fronte ai grandi cartelloni che ritraevano donne picchiate ed esortavano a denunciare l’aggressore ( o quantomeno a farsi aiutare), molto colpevoli. Come se inconsciamente sapessero che quella che suggeriva il cartellone fosse la cosa giusta da fare, ma non avessero le risorse per metterla in pratica. Credo che serva moderazione, che le immagini shock possano anche indurre il risultato opposto, anziché quello cercato.. 🙂
      Ti ringrazio molto per il tuo commento, spero di potermi confrontare con te ancora tante e tante volte! Un saluto e buon weekend 😉
      Alessia

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